Una bandiera arcobaleno piegata dentro uno zaino occuperà meno spazio di una sciarpa. Passerà dai tornelli del Lumen Field insieme ai telefoni, alle bottiglie vuote e ai biglietti per Iran-Egitto. Dentro lo stadio diventerà un oggetto politico, benché a Seattle, nel fine settimana del Pride, appartenga al paesaggio urbano quanto cortei, magliette e le vetrine colorate del centro.
La partita del Mondiale è capitata nello stesso giorno della festa annuale della comunità LGBTQ+, che porta per le strade della città più di duecentomila persone. Le due cose si sono incrociate senza volerlo. È questa accidentalità a rendere il caso più interessante di una campagna studiata a tavolino.
Iran ed Egitto hanno chiesto di non essere associate alle celebrazioni. La federazione egiziana ha respinto «categoricamente» ogni attività a sostegno dell’omosessualità; il presidente di quella iraniana, Mehdi Taj, ha condannato la situazione. Le richieste hanno riguardato anche ciò che potrebbe apparire sugli spalti. Non vogliono bandiere, maglie, né simboli visibili durante la partita e nelle immagini trasmesse in tutto il mondo.
Egitto e Iran vorrebbero che il confine dello stadio diventasse un confine culturale. Seattle fuori, il Mondiale dentro. Ma un grande torneo non dispone della città in cui entra. Se vale per i visti negati all’arbitro somalo, vale nell’altro verso per il Pride. Un Mondiale può cambiare la viabilità, occupare gli alberghi, montare le proprie insegne, imporre un regolamento ai cancelli. Non può chiedere ai luoghi di smettere di essere ciò che sono.
Così, la FIFA ha dovuto stabilire che le bandiere arcobaleno potranno entrare al Lumen Field. Il suo codice di condotta ammette i simboli legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, purché non vengano usati in modo contrario alle norme dello stadio. È una risposta burocratica, un cammino diplomatico su una linea sottile, ma contiene una scelta. Le federazioni ospiti possono rifiutare l’associazione con un evento cittadino, non possono estendere a Seattle le limitazioni vigenti nei propri Paesi.
In Iran i rapporti tra persone dello stesso sesso possono essere puniti con la morte. In Egitto, secondo Human Rights Watch, le persone LGBTQ+ subiscono arresti, persecuzioni e controlli. Sono informazioni che impediscono di trattare la vicenda come una semplice controversia tra sensibilità differenti. Una parte chiede di poter mostrare una bandiera, l’altra rappresenta ordinamenti nei quali quella stessa bandiera può esporre una persona al carcere o a conseguenze perfino più gravi.
C’è però un rischio anche nel racconto opposto, quello che trasforma Iran-Egitto in una rappresentazione morale preparata per il pubblico occidentale. Da una parte Seattle, libera, allegra e accogliente; dall’altra due nazioni ridotte alle politiche dei loro governi. In questo quadro scompaiono per primi iraniani e iraniane, egiziane ed egiziani LGBTQ+, cioè le persone che vivono sulla propria pelle le leggi e le repressioni evocate nel dibattito. Il Pride Match non può diventare una cerimonia nella quale una città proclama la propria superiorità davanti a due popoli convocati per fare da controfigura all’intolleranza.
Il Telegraph ha ricostruito le pressioni delle federazioni e la risposta delle autorità locali. A Seattle la discussione non riguarda la possibilità di organizzare il Pride, già prevista da mesi, ma il modo in cui il Mondiale attraverserà una festa che la città considera parte della propria vita pubblica. È stato un sorteggio a sovrapporre proprio Iran-Egitto al Pride.
“La vicinanza con gli eventi della Coppa del Mondo offrirà ai visitatori l’occasione di vivere il Pride di Seattle e di conoscere i valori che definiscono la comunità: visibilità, resistenza e gioia”.
La dichiarazione del Seattle Pride rovescia la prospettiva delle due federazioni. Sono Iran ed Egitto, per un giorno, a entrare nella città durante il suo Pride, non il Pride a invadere l’evento della FIFA.
È il punto sul quale insistono i rappresentanti locali. Jamie Pedersen, senatore dello Stato di Washington e membro dichiaratamente gay dell’assemblea, ha ricordato che organizzare una manifestazione simile a Teheran o al Cairo potrebbe produrre conseguenze disastrose. A Seattle, invece, la presenza di bandiere e persone LGBTQ+ non rappresenta una provocazione. È una realtà impossibile da togliere dall’inquadratura senza falsificare la città.
Il Comune si prepara comunque alle proteste. La sindaca Katie Wilson ha annunciato aree dedicate intorno allo stadio e un dispositivo di sicurezza specifico. La cautela serve perché le immagini che accompagneranno la partita avranno pubblici diversi. Per alcuni saranno la normale documentazione di una festa. Altri la vivranno come una sfida politica, se non vogliamo dirla culturale. Ma per altri e altre ancora, soprattutto in Iran e in Egitto, potrebbero mostrare una possibilità di vita che i media e le autorità nazionali tengono ai margini o cancellano del tutto.
È qui che una bandiera nello stadio acquista un peso superiore alla stoffa che la compone. Non potrà convincere un governo, non modificherà una legge e non proteggerà automaticamente chi guarda da lontano. Interromperà però il monopolio dell’immagine. Accanto ai calciatori, agli inni e alle tribune, la televisione potrà mostrare persone LGBTQ+ che non si nascondono, non vengono arrestate e non appaiono come vittime. Ridono, cantano, seguono una partita e si baciano.
Le federazioni iraniana ed egiziana hanno tentato di controllare l’associazione simbolica prima ancora che la partita cominciasse. Sanno che il Mondiale produce significati che sfuggono ai risultati, un’inquadratura sugli spalti può viaggiare più lontano di una dichiarazione ufficiale. Il vero problema non consiste nel fatto che Iran ed Egitto siano o non siano considerati partecipanti al Pride. Nessuno glielo può imporre. Il problema è che dovranno giocare mentre il Pride esiste intorno a loro.
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