Lo scudetto 32 dell’Olimpia Milano

 

Nella città d’Italia accusata di aver sostituito il verbo vivere con il verbo produrre, dove secondo un vecchio cliché il successo non è una gioia ma una riga da spuntare su un foglio Excel e la felicità si misura con il fatturato dell’ultimo trimestre, persino la celebrazione di uno scudetto rischia di non sembrare un traguardo, ma un’incombenza da sbrigare come una riunione di condominio in un orario scomodo.

La pallacanestro nella metropoli del fare e della modernità a tutti i costi, con la sua nobile e semi-centenaria storia delle scarpette rosse, è rimasta imprigionata nel suo paradosso più grande. Il Forum di Assago è la casa dei campioni d’Italia, ma sotto i cori dei tifosi e i coriandoli dell’Olimpia si percepisce il brivido di un’insoddisfazione aziendale. Aver vinto lo scudetto, la Coppa Italia e la Supercoppa in un anno solo non è un’impresa da leggenda, non qui, ma il minimo sindacale.

È il dovere d’ufficio di una corazzata milionaria, dove il parquet può sembrare una succursale di Piazza Affari. Perché tra un aperitivo di lavoro e un grattacielo che sale verso il cielo, l’unica vera ossessione a Milano si chiama Europa, quella Eurolega accarezzata nei sogni dei grandi manager e regolarmente svanita nella nebbia dei rimpianti invernali. Finché quel trofeo non arriverà a giustificare gli investimenti, Milano continuerà a guardarsi allo specchio con la smorfia di chi può vincere tutto in patria, ma sa benissimo di essere rimasto come un reuccio di un cortile troppo piccolo per le sue ambizioni globali.

Come scrive Roberto De Ponti sul Corriere della sera di stamattina “l’Olimpia non può perdere mai, e il tricolore è considerato un obbligo: come direbbe il genitore vecchio stile al figlio promosso col 10, hai solo fatto il tuo dovere”. Così stamattina non si celebra il 32esimo titolo, ma si festeggia casomai – dice il Corriere – “il fatto di non averlo perso”.

IL CLUB

Si tratta del primo scudetto dell’Armani senza Giorgio Armani. Una vittoria dal fortissimo valore simbolico, una verifica per la tenuta del club. Armani per anni è stato la certezza estrema dell’Olimpia. Se una stagione andava male, se cambiavano giocatori e allenatori, garantiva che il progetto non saltasse. Lo scudetto dice che il basket di Milano resta una macchina seria. Possiamo discutere quanto grande, quanto europea, quanto dipendente ancora dal denaro del gruppo, ma non si è sgonfiata. Ha comunque vinto tutto in Italia in un anno di transizione sentimentale e in un anno nel quale Ettore Messina ha scoperto l’età dei leader fragili. Dopo aver perso la terza partita di fila a Trieste, fuori dalle prime-cinque in campionato, fuori dalle prime-dieci in Eurolega, ha sentito il peso di una percezione, la sua presenza come divisiva. La tesi di molti economisti contemporanei è che viviamo un tempo nel quale sta cambiando il peso che diamo alla figura dei leader. Per anni abbiamo creduto che fossero un argine. Ora scopriamo che possono essere i primi a sbeccarsi. Non c’è nulla di patetico. Si chiama complessità, e quelli che vanno in crisi per primi sono proprio i leader che hanno costruito la loro postura su modelli troppo rigidi e gerarchici, quelli che hanno ignorato la convivenza con l’errore. Questo ha prosciugato Messina. Il sistema attorno a lui non ha retto più la sua intensità.

L’ALLENATORE

È stata un’intuizione lucida fare un passo di lato e affidare la squadra a Peppe Poeta, il volto di questo scudetto. La sua nomina estiva da vice era un’investitura a lungo termine, si è fatto trovare pronto quando i tempi si sono accorciati in modo imprevisto. Del resto, un anno fa, aveva guidato Brescia a una finale storica. Ha rigenerato un clima. Messina portava autorevolezza e cultura europea, ma anche un carico enorme, una specie di giudizio permanente su di lui e sulla squadra. Poeta ha aggiunto prima di tutto leggerezza. Non perché abbia fatto il simpatico, l’ex giocatore che si comporta da fratello maggiore. Ha fatto sentire la squadra libera di sbagliare, parlando una lingua più vicina a quella dei giocatori. Non basta per vincere, sarebbe troppo facile cercarsi un Poeta, ma ha funzionato in una squadra piena di talento e di personalità. Poeta non doveva rifondare Milano ma poteva sollevare la squadra dalla centralità di Messina. Così ha trovato più ritmo e più armonia. Ettore Messina ha costruito la casa di questo scudetto, Peppe Poeta ha aperto le finestre.

 

 

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