

Erano passati appena 16 anni, non i cinquant’anni di oggi, dall’ultima vittoria di un italiano al Roland-Garros. Adriano Panatta veniva dopo Nicola Pietrangeli in un tempo piccolo, ma portava una novità portentosa, il tennis in chiave pop, la stessa operazione che aveva cominciato a fare da qualche anno Bjorn Borg in Svezia, con la colonna sonora degli Abba. La differenza fu che con Borg il tennis in Svezia arrivò nelle scuole, produsse una scia di Wilander, Edberg fino all’ultimo della dinastia Thomas Johansson. L’Italia il tennis nelle scuole non lo portò all’epoca, e in fondo neppure adesso. Ma non è questo il punto.
Panatta batté in finale quell’Harold Solomon che qualche settimana prima per protesta aveva lasciato il campo al Foro Italico. Si era sentito derubacchiato di un punto da un giudice di linea. Adriano portò a casa un assegno di 24 milioni di lire con una prestazione che Rino Tommasi sulla Gazzetta giudicò meno straordinaria delle precedenti in settimana. Ai quarti di finale, aveva battuto Borg. “A questo punto non v’è dubbio – scrive il 14 giugno 1976 – che Panatta sia diventato grande”.
Ubaldo Scaganatta chiuse così la sua cronaca su Tuttosport: “Panatta ha levato le braccia al cielo, ha salutato, come ormai di consueto, la moglie, anche lei stremata sugli spalti, mentre il suo nome veniva scandito in corso da un pubblico che anche oggi ha fatto registrare il tutto esaurito”.
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