L’anello di Jalen Brunson, vendicatore della notte

Se anche i fantasmi del Madison Square Garden hanno finalmente smesso di tossire nel fumo dei vecchi sigari, adesso che l’impossibile è diventato cronaca e che le scuse per essere cinici si sono esaurite, New York si è riscoperta bambina, ingenua e disperatamente felice. La città che non va mai a dormire, quella che non crede a nulla se non al prezzo del metro quadro e all’ultimo indice di Wall Street, può finalmente infilarsi al dito l’anello della gloria.

Per mezzo secolo, tifare per i New York Knicks è stato un esercizio di espiazione collettiva, una tassa sul dolore che celebrità in prima fila e tassisti del Bronx pagavano con la stessa identica, rassegnata devozione. Oggi che la maledizione è spezzata, mentre i clacson impazziscono sulla Quinta Strada e Spike Lee piange sulla giacca di un altro miliardario, il miracolo non è figlio di una formula matematica o di un algoritmo della Silicon Valley, ma della più vecchia e gloriosa specialità della casa, una banda di spettinati che ha deciso di lasciare l’anima sul parquet per ricordare a dodici milioni di scettici che persino all’inferno, ogni tanto, c’è una notte in cui si vince.

[Un tempo con l’Amico Geniale ci si divertiva a inventare attacchi di pezzi immaginari come questo, parodistici, scimmiottando lo stile di qualche grande firma, e stamattina onestamente l’anello di NY si prestava]

Noi diciamo digiuno, gli americani dicono siccità, la sostanza delle cose è la stessa. Ci sono voluti 53 anni per portare il trofeo dagli uffici NBA sulla Fifth Avenue fino al Garden sulla Eighth Avenue. Ma l’attesa è finita, l’astinenza è finita. Con un’altra rimonta. Jalen Brunson, MVP delle finali, anima e cuore di questa squadra, ha trascinato l’attacco dei Knicks con 45 punti. Ne ha segnati 15 nell’ultimo tratto in salita, chiudendo la serie con una media di 32,6 punti a partita. È finita 4-1 e hanno perso l’unica dove c’era Donald Trump in tribuna. Bisogna farsi qualche domanda.

LA PARTITA

Stavolta hanno dovuto rimontare solo 16 punti, niente rispetto all’abisso record di 29 di gara-4. Hanno vinto una serie in cui sono finiti sotto di almeno 10 già nel primo quarto di ogni partita. New York era ancora sotto di 7 all’inizio dell’ultimo periodo ed è scivolata anche a -10 prima di mettere insieme un’altra rincorsa da antologia.

Gli ultimi quattro minuti sono stati tesissimi, con canestri e vantaggi che si alternavano da una parte e dall’altra. Il tiro dalla media distanza di Brunson, un gesto quasi dimenticato nella NBA, a 1’05” dalla fine ha dato ai Knicks il 90-88. Il rookie degli Spurs Dylan Harper, il migliore dei suoi con 25 punti, ha sbagliato una tripla, poi Josh Hart ha segnato un libero a 26,1 secondi dalla sirena. Ha sbagliato il secondo, ma Mitchell Robinson – in campo al posto di Karl-Anthony Towns uscito per falli – ha salvato il possesso con un rimbalzo. Anunoby, eroe di gara-4, ha messo uno dei due liberi successivi, riportando New York a +4.

Stephon Castle, nel mezzo della sua peggior partita di queste finali, ha segnato il primo canestro dal campo su una schiacciata in tap-in dopo una tripla sbagliata da Victor Wembanyama, a 16,3 secondi dalla fine. Poi i Knicks hanno vinto la battaglia dei liberi, chiusa definitivamente da Anunoby a 7,7 secondi dal termine.

Durante la cerimonia del trofeo sul parquet del Frost Bank Center degli Spurs, con buona parte del pubblico locale già rientrata a casa, l’anello superiore dell’arena apparteneva ai tifosi dei Knicks. Migliaia di altri si sono spinti fino alla prima fila. Dal 1973 in poi gli Yankees hanno vinto sette World Series, i Giants quattro Super Bowl e gli Islanders quattro Stanley Cup. Persino Mets, Rangers e Liberty hanno vinto un titolo. I Knicks erano la barzelletta della città. “Salutiamo le mogli dei tifosi Knicks, perché hanno passato una vita durissima”, ha detto Joseph Cartagena, nato nel South Bronx e conosciuto come Fat Joe, uno dei tanti tifosi celebri che popolano la Celebrity Row del Garden.

“Ho visto ebrei hassidici ballare breakdance con ragazzi neri fuori dallo stadio – ha detto – perché questa è la più grande unificazione che New York abbia visto in vita sua dai tempi dell’11 settembre. Se volete sapere cosa abbiamo provato dopo la tragedia dell’11 settembre è quello che state vedendo stanotte. Siamo uniti, tutti insieme”.

LA CITTA’

Uniti, non una cosa sola. I Knicks sono il punto in cui la città ricca e globale incrocia la città emotiva e irrazionale. Sono uno dei pochi incroci di New York dove New York pare una comunità. Quando nel 1973 arrivò l’ultimo anello, la città stava correndo verso la crisi fiscale. Due anni dopo non sarebbe più riuscita a coprire le sue spese. Era raccontata come pittoresca o selvaggia, una città dura, con quartieri svuotati, incendi nel Bronx, criminalità alta, alla fine degli anni Settanta in preda alla stagnazione economica e al declino industriale, vessata da tagli ai servizi municipali. È la NY che nei romanzi di Paul Auster diventa di vetro, fragile e frammentata., governata dal caos e dalle coincidenze. Un posto dove un numero di telefono sbagliato nel cuore della notte stravolge e distrugge un’esistenza.

 

 

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