La sala d’attesa di Sascha Zverev

❝Danza tutto il giorno o perderai il tuo binocolo❞

Paul Éluard

 

 

Chissà come ha dormito Sascha Zverev, chissà se dalla stanza s’è affacciato alla finestra che dà sul cortile della sua impazienza. È uno dei grandi casi di carriera sospesa del tennis recente. Il più eclatante. L’esponente di spicco della Ex Gen. Non è un incompiuto qualsiasi. È stato il numero #2 del mondo. Ha vinto dei Masters-1000, il Masters, l’oro olimpico. Ha battuto cinque volte Djokovic, quattro volte Federer e Nadal. Ha giocato tre grandi finali. Dentro il racconto di uno che non ce l’ha fatta, ci sta stretto. Ce l’ha fatta e ha fatto moltissimo, ma gli manca quel pezzo che nel tennis cambia il modo in cui vieni giudicato.

Un vuoto che è diventata parte del personaggio. Ogni volta che Zverev arriva vicino a un titolo dello Slam, sembra un esame che va per forza ripetuto. Come filologia germanica dal professor Federico Albano Leoni. E più l’esame si ripete, più diventa pesante. In un senso tecnico, la sua figura sarebbe tragica, ma senza nulla di teatrale. Ha quasi tutto e gli manca sempre qualcosa. Ha un servizio enorme, con una seconda palla che in questi giorni è andata a velocità da prima. Ha giocato il torneo di Parigi con il 75% delle sue prime di servizio a una velocità media di 206 km/h e quattro punti vinti su cinque. Ha vinto il 62% dei punti giocati con la seconda di servizio, servendo a una velocità media di 182 km/h, con un picco di 201 km/h sul match point contro Mensik. Ha un rovescio tra i migliori del mondo, il fisico c’è, la continuità pure, l’esperienza non ne parliamo. Però nei momenti in cui deve chiudere la porta, spesso non la chiude.

Non sempre succede per paura. A volte capita perché dentro il suo tennis vive una contraddizione, si tratta di un gioco costruito su colpi da dominio, ma spesso Zverev si mette in testa di gestire. Nei passaggi più delicati gli viene la tentazione di diventare prudente, arretra, aspetta l’errore dell’altro, cade nella trappola.

La storia di Zverev è fatta di rotture. Prima che arrivasse quella emotiva negli scontri diretti con Jannik Sinner, c’è stata quella fisica del 2022, in una famosa semifinale con Nadal a Parigi. Sembrava al punto di svolta, stava giocando un tennis enorme sulla terra, aveva portato Rafa a un corpo a corpo durissimo. La caviglia cedette. Da allora Zverev ha dentro anche quella domanda. Cosa sarebbe successo se. Il ricatto più insopportabile dei ricordi. Non si può vivere per sempre nel what if. A un certo punto la macchina riparte, e devi guidarla.

Doveva venire dopo Federer-Nadal-Djokovic, ma i tre se ne sono andati tardi e i Sincaraz sono arrivati presto. Zverev è rimasto troppo giovane per appartenere ai vecchi, troppo segnato per sembrare il futuro. Per giunta – questo va detto – Zverev è difficile da amare. Non ha la simpatia naturale di altri giocatori, non ha la leggerezza e non ha un racconto pulito. Si porta dietro alcune ombre pesanti fuori dal campo, le accuse di violenza delle sue ex, e questo incide sul modo in cui lo guardiamo. Anche se stiamo parlando di tennis, il personaggio pubblico non è separabile.

Stamattina è sulla soglia di una cosa nuova che forse possiamo chiamare consacrazione, o svolta,, nel passaggio dall’etichetta di più forte tennista senza uno Slam a tennista che finalmente ce l’ha fatta. Perfino in un palmarès come il suo si tratta di una differenza enorme.

 

 

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