

Quando l’ultima palla è caduta sulla terra rossa, pure Mirra Andreeva si è lasciata andare, ma così, senza tanta convinzione e tanto stupore. Ha messo le due manine davanti alla faccia, senza un’ombra di commozione da nascondere, perfettamente pronta a raccogliere la prima coppa per il primo Slam della sua freschissima carriera, all’età di 19 anni e un mese.
Solo un set ceduto in due settimane, 2.4 game persi per set in media, un passo di 1h22 a partita. È il quattordicesimo Slam degli ultimi 17 vinto da una ragazza europea, 14 su 14 a ragazze dell’est. Gli ultimi sei sono andati a sei giocatrici differenti, e la WTA non ha ancora capito se esserne lieta, se lamentarsi o se temere che arrivi Serena a dimostrare come all’età di 44 anni si possa essere competitive contro questo sminuzzamento di valori.
A Parigi non c’era una campionessa così giovane dai tempi di Monica Seles [1992, 18 anni e 6 mesi], una ventata d’aria fresca – la definisce Régis Testelin su L’Equipe – e una lezione. “Ha un servizio incredibile, che raggiunge regolarmente i 200 km/h con la prima, una tecnica solida e costante, un’immensa capacità di adattarsi al gioco dell’avversaria, grande resistenza e un gioco completo, con il rovescio che è probabilmente il suo colpo più forte. Ha anche un sorriso e una personalità fresca, spontaneità nel parlare e una buona dose di giocosità di fondo”.
Così, in questa spontaneità e in questa giocosità, ha fatto una cosa di cui non c’è memoria. Si è voltata verso il suo box, durante il discorso di ringraziamento, e ha chiesto che qualcuna le ricordasse da quanto tempo è che lavora con Alexis Castorri. La dottoressa Alexis Castorri. Psicologa. “Probabilmente avrà visto il match da qualche parte in Florida. In questo anno e mezzo mi ha dato degli strumenti che ho usato. Non è andata male”.

Solo una ragazza di 19 anni poteva buttare giù quest’ultimo muro.
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