La missione dell’agente Tuchel

 

❝Il mondo non basta. È il motto di famiglia❞

James Bond

Se per proteggere i segreti della Corona bastava un agente in smoking con licenza di uccidere, per curare la nevrosi più antica d’Inghilterra hanno dovuto ingaggiare un signore tedesco, alla ricerca di un miracolo che il pallone rinvia da sessant’anni esatti. Ogni quattro anni, l’isola che ha inventato il calcio smette di essere l’impero cinico di Bond e si riscopre una nazione prigioniera della propria nostalgia, imbarcando la sua nazionale per qualche missione all’estero con il mandato di riportare a casa il calcio e quella coppa accarezzata solo una volta, per giunta pure quando la statuetta era diversa.

Nell’estate torrida dei Mondiali americani, l’Inghilterra è il blockbuster più costoso e rumoroso, con il cast di quella Premier League rimasta in corsa fino a un ultimo calcio di rigore per vincere tre Coppe europee su tre, prima di mettersi in cammino lungo una rotta oltre-oceanica e provare a smentire che forse il domani non muore mai, ma certamente non arriva, se da oltre mezzo secolo il campo di calcio si è trasformato per i sudditi di Londra in una micidiale cascata di diamanti promessi e regolarmente scippati dagli altri.

Mentre i tabloid pompano orgoglio patriottico e i tifosi nei pub di Soho affogano l’ansia nella birra tiepida, questa banda di milionari ha cominciato il torneo con la consapevolezza dei condannati a vincere, sapendo che servirà la freddezza chirurgica di uno 007 per sopravvivere ai dispetti del resto del mondo, ladri di giochi inventati dagli inglesi e usurpatori di trofei. Serviva mettersi tra le mani di un signore tedesco così poco incline al fatalismo britannico e così smaccatamente estraneo alle tragedie shakespeariane, per provare, finalmente, a scassinare la serranda della storia.

Un uomo che sembra progettato nei laboratori segreti di Q per la sua precisione geometrica e la freddezza teutonica, un uomo consapevole che il suo vero avversario non è stata la Croazia ieri sera, e nemmeno sarà il fantasma di un 10 argentino quarant’anni dopo la mano di Dios, ma l’enorme, polveroso baule dei rimpianti.

Eppure, nella prima notte a Dallas, il campo ha detto che la mossa di rivolgersi a un intruso funziona, e che il copione forse può cambiare. Certo, a Londra i soliti guardinghi storcono il naso davanti al passaporto del timoniere, come accadde a suo tempo con Sven Goran Eriksson e con Fabio Capello, ma nei pub di Manchester e nelle strade di Liverpool si comincia a sussurrare l’eresia suprema, che per battere il mondo e per gridare che Il mondo non basta, l’orgogliosa flotta di Sua Maestà avesse disperatamente bisogno di un corsaro venuto da Berlino. Il suo nome è Tuchel. Thomas Tuchel.

 

 

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