Benvenuti a Tehrangeles, la partita dell’Iran con un trattato alle porte

 

 

A un’ora di autostrada dall’oceano, Los Angeles è sempre stata la fabbrica globale delle illusioni, la gigantesca scenografia a cielo aperto dove l’Occidente ha codificato i suoi desideri e i suoi miti commerciali, dentro ville sulle colline che sembrano fortezze sospese nel vuoto, sotto lo scudo di quelle nove lettere bianche grosse così. HOLLYWOOD.

Los Angeles è una costellazione di ottantotto municipalità tenute insieme dai viadotti a otto corsie della Interstate 405, dove il futuro viene venduto ogni giorno sotto forma di filmati in streaming e startup dell’immaginario. È la capitale dell’eterna giovinezza e dei grandi palcoscenici globali, il laboratorio urbano che si prepara a farsi illuminare dai riflettori delle Olimpiadi 2028 e che adesso si gonfia per l’arrivo del Mondiale. Al SoFi Stadium, il catino di vetro e titanio da cinque miliardi di dollari piantato a Inglewood, stasera arriva la nazionale dell’Iran, portandosi dietro il peso di una geopolitica che qui diventa solo un’altra attrazione.

Buttandosi dentro i blocchi piatti di Tehrangeles, lungo Westwood Boulevard, le palme altissime della California sembrano fare da colonne a un’altra storia. Sotto i cartelloni della FIFA che celebrano i campioni del calcio, batte il cuore pesante di una comunità in esilio dal 1979. Non è l’America della tecnologia, ma una gigantesca sala d’attesa della storia, dove generazioni di fuggiaschi osservano il proprio Paese d’origine attraverso lo schermo deformato dei notiziari occidentali.

Vivono dentro l’aria satura del profumo dello zafferano e del riso basmati che esce dai ristoranti storici, mischiata all’odore dolciastro dei gas di scarico delle decapottabili bloccate sotto il sole. All’incrocio con Wilshire Boulevard, la vetrina di un negozio di dischi espone le locandine sbiadite di Una separazione e Il cliente, i due film con cui Asghar Farhadi ha portato il cinema di Teheran a vincere l’Oscar. Dietro il bancone, circondato da vecchie cassette di musica pop persiana bandita dagli ayatollah, Kamran finisce di catalogare una pila di riviste d’epoca arrivate da Istanbul. Ha lo sguardo lucido di chi nel 2017 ha guardato la cerimonia dell’Academy in televisione, sperando che quel boicottaggio cambiasse qualcosa nei visti d’ingresso della sua famiglia.

 

 

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