Bellingham è il vero premier d’Inghilterra

 

❝Nessuno è sano a Londra, nessuno può esserlo❞

Jane Austen

 

 

C’è una bizzarra, squisita nemesi nel fatto che l’Inghilterra si presenti stasera sul prato del Mondiale americano dentro lo stadio di una città che porta il nome di mister Charles James Fox, il nobile ribelle di Londra che due secoli fa tifava per l’indipendenza di Washington, sognava l’abolizione della schiavitù e finì persino per applaudire Napoleone pur di fare un dispetto alla Corona. Vederci sbarcare la nazionale di calcio, nell’esatta e paradossale condizione di una colonia al contrario, sfrontata nelle ambizioni calcistiche mentre si trova all’improvviso orfana di un governo, significa capire che la storia ha più fantasia di Hollywood. Mentre a Londra il 10 di Downing Street è un guscio vuoto, l’ennesimo ufficio sfitto di una democrazia parlamentare masticata e sputata dalle proprie nevrosi, il solo 10 rimasto credibile cammina a Foxborough, come l’unica istituzione capace di riscuotere la fiducia unanime di un ex impero a pezzi, ed è un ragazzo venuto dalle West Midlands, di cognome Bellingham.

Nell’estate del black-out politico di Londra, sulle cui spettacolari disavventure i lontani parenti americani faticano a trattenere un sorriso di superiorità, la missione oltreoceano si trasforma nel più colossale dei risarcimenti pop. I tabloid sanno che nelle edizioni di domani dovranno spingere più in là le cronache del Parlamento, gli scandali del governo e la sterlina svalutata, per sintonizzarsi sull’unica frequenza che mette d’accordo i disoccupati di Liverpool e i broker della City: le gambe di questo ventenne che si chiama come quel Jude a cui i Beatles chiedevano di trovare la forza interiore per scacciare la malinconia.

Se c’è un posto al mondo in cui Keir Starmer può cercare i mandanti morali del proprio naufragio politico, quel posto sono i corridoi di Washington, dove la Casa Bianca ha ormai da tempo smesso di fare sconti alle timidezze dei laburisti, lasciando che la storica special relationship si trasformasse in un contratto asimmetrico tra un socio di maggioranza cinico e un alleato a corto di argomenti. Una relazione irrimediabilmente compressa tra il martello etico delle carte giudiziarie di Epstein e l’incudine politica della sfiducia. L’America c’entra sempre con le stanze vuote di Downing Street, non fosse altro per quel vizio di dettare l’agenda – si dice così – e poi guardare dall’alto in basso i sir di Londra che affogano nei loro bilanci in rosso.

Eppure, la vera magnifica ironia di questa estate americana è che proprio nella terra dove due secoli e mezzo fa si resero indipendenti a colpi di cannonate e di bustine di tè scaricate nei porti, oggi si ritrovano nella condizione paradossale di poter restituire a Sua Maestà la corona più preziosa e desiderata del football. I maestri che hanno inventato il gioco e che da sessant’anni esatti vagano nel deserto dei trofei sono venuti a cercare il Graal nei grandi stadi della repubblica nata per sconfiggerli. È qui, sui prati del Nuovo Mondo, che la relazione speciale resiste e si rigenera attraverso il pallone. Dove i consoli falliscono e i primi ministri cadono, la diplomazia del centrocampo prova a compiere il miracolo definitivo, dimostrando che l’America, dopo aver strappato l’impero agli inglesi, è rimasta l’unica sponda possibile capace di regalargli un’estate da re.

 


ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER


scopri la newsletter di oggi

Esce Starmer, entra Bellingham: l’Inghilterra fra due 10 di Lo Slalom

Dove si legge della nazionale di calcio in campo mentre il paese ha perso il premier. C’entra sempre l’America

Leggi su Substack


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.