
Al minuto 75 di ogni partita, più o meno, Lionel Messi cammina con le braccia basse. I difensori rincorrono il pallone, lo stadio urla, le gambe degli altri cominciano a irrigidirsi. Lui gira la testa, misura una distanza, esce per qualche secondo dall’attenzione di chi dovrebbe marcarlo. Quando riceve, muove una spalla, aspetta una frazione e passa la palla nello spazio che un istante prima non esisteva.
A 39 anni Messi sta giocando il Mondiale in questo modo. Contro l’Austria ha segnato, abbracciato i compagni, aggiunto altri gol a un torneo cominciato con cinque reti e con il primato assoluto nella storia della Coppa del Mondo. Eppure lo stupore non nasce soltanto dai numeri. Nasce dalla distanza tra ciò che il corpo sembra fare e quello che produce. Cammina mentre gli altri corrono. Occupa poco spazio ma modifica lo spazio intorno.
Ogni nuova partita aggiunge così un’interpretazione. Messi non viene più raccontato soltanto come un calciatore. È diventato un oggetto politico, un modello nazionale, un caso di studio sulla memoria, sull’attenzione e sulla costruzione delle decisioni. La sua vecchiaia sportiva sta allargando il significato della sua figura, anziché fare il contrario.
Succede perché il Messi di questo Mondiale espone con maggiore chiarezza ciò che prima restava coperto dalla velocità. Quando aveva venticinque anni, un’accelerazione poteva risolvere la giocata e nascondere tutto il lavoro precedente. A trentanove deve scegliere quando apparire, dove fermarsi, quale avversario attirare, quale movimento evitare. Il gesto finale dura meno, ma contiene più preparazione.
Il pubblico continua a chiamare magia il momento nel quale la palla attraversa una linea di difensori. Altri cercano una spiegazione meno mistica. Come Matías Hirschmann, docente di scienza del comportamento e coordinatore accademico del programma di Behavioural Business dell’Università di San Andrés. Ha letto il Messi attuale come un architetto delle decisioni.
L’immagine funziona perché sposta l’attenzione dai piedi agli occhi. Secondo Hirschmann, che ne ha scritto sul Clarin, Messi non elabora separatamente tutti gli elementi di una partita. Li raccoglie in configurazioni già conosciute. “Dove lo spettatore vede il caos, Messi riconosce una geometria familiare: non deve calcolare il futuro né seguire venti stimoli separati, perché riduce il campo a pochi blocchi informativi e trova la crepa prima che gli altri riescano a nominarla”.
La scienza cognitiva chiama questo meccanismo chunking, raggruppamento. È la capacità di comprimere una grande quantità di informazioni in poche unità dotate di senso. Per fare un esempio con gli scacchi: un principiante vede trentadue pezzi, un grande giocatore riconosce posizioni, minacce e sequenze.
Il camminare di Messi acquista allora una funzione diversa. Per anni è stato presentato come una stranezza, a volte come una forma di risparmio fisico, altre come il privilegio concesso al campione che non partecipa alla pressione collettiva. A 39 anni quel passo lento è diventato il centro della sua partita. Camminando, Messi esce dal caos. Aspetta che l’azione si separi da lui e vi rientra nel punto più vulnerabile.
Hirschmann usa il concetto di frizione. Nella progettazione di un servizio, di una piattaforma digitale o di una politica pubblica, la frizione è tutto ciò che rende più difficile una scelta. Un passaggio in più, una domanda inutile, un ostacolo materiale. Messi allora questo fa, riduce la frizione prima di ricevere la palla. Si colloca facendo in modo che la soluzione più pericolosa coincida con quella più semplice da eseguire. “Il suo tanto criticato camminare non indica disconnessione: serve a uscire dal radar e ripulire lo spazio”.
È una spiegazione convincente perché non separa il talento dall’economia. A questa età ogni corsa inutile pesa più di prima, ogni pallone ricevuto male costringe a uno sforzo supplementare. La sua partita si è fatta più sobria perché il corpo impone di distinguere ciò che serve da ciò che può essere lasciato agli altri.
La sobrietà è anche la qualità sulla quale Laura Di Marco costruiva ieri su La Nación una lettura completamente diversa, e politica. Questo nuovo Messi rappresenterebbe il modello pubblico di un’Argentina che vorrebbe smettere di identificarsi con l’eccesso, con il risentimento e con l’idea che il genio autorizzi ogni comportamento.
Il confronto inevitabile è con Diego Maradona. Di Marco non lo affronta sul terreno del calcio e nemmeno su quello della scelta del più grande. Oppone due maniere di stare nel mondo. Da una parte l’ego governato di Messi, la disciplina quotidiana, la famiglia protetta, le parole misurate. Dall’altra la violenza verbale, le dipendenze, l’esposizione continua, il rapporto con il kirchnerismo e con la Cuba di Fidel Castro.
“Maradona ti ha fatto certamente sognare dentro il campo – scrive Laura Di Marco – ma fuori irradiava incubi: la morte non può redimere ogni scelta né impedire che il vecchio dio nazionale venga sottoposto a giudizio”.
È una tesi deliberatamente polemica. Il suo bersaglio non è soltanto Maradona, ma il patto che una parte dell’Argentina avrebbe stretto con lui. Tu ci restituisci l’onnipotenza attraverso il calcio, noi ti perdoniamo tutto. Le crisi economiche, le umiliazioni politiche e la sensazione di vivere in un Paese continuamente inferiore alle proprie promesse avevano bisogno, secondo Di Marco, di un campione capace di vendicare ogni ferita. Maradona vinceva contro qualcuno.
Messi propone un’identità meno aggressiva. Non ha bisogno di trasformare l’avversario in un nemico storico e non deve umiliarlo per rendere più grande la propria vittoria. La sua superiorità non viene accompagnata dalla rivendicazione permanente del torto subito. Dentro questa opposizione, Messi diventa l’argentino che il Paese vorrebbe essere e Maradona quello dal quale dovrebbe allontanarsi. L’interpretazione dice molto dell’Argentina di oggi, ma riduce due vite complesse a due emblemi perfettamente contrari. Maradona crebbe in una povertà che non può essere usata come assoluzione, ma nemmeno espulsa dall’analisi. La sua rabbia, le sue dipendenze, la ricerca continua di protezione politica e affettiva non derivano da un difetto morale. Messi è cresciuto dentro un altro calcio, è partito molto giovane per Barcellona ed è stato custodito da un’organizzazione capace di proteggere il proprio investimento più prezioso. Trasformarli in due sistemi di valori significa cancellare le condizioni nelle quali quei valori si sono formati. Significa anche dimenticare che l’Argentina non accolse sempre Messi come il campione sobrio che oggi contrappone a Maradona. Per molto tempo proprio la sua distanza dall’esibizione patriottica alimentò sospetti. Sembrava troppo europeo, troppo composto e poco disposto a recitare l’argentinità nella forma richiesta.
Adesso quella stessa distanza viene rivalutata. Il tratto che pareva un difetto nazionale diventa una virtù politica. Messi non si presta a un movimento, non offre frasi da trasformare in slogan, non costruisce la propria popolarità sull’identificazione con un leader. Di Marco lega per questo una parte della vecchia diffidenza nei suoi confronti al mondo kirchnerista, che avrebbe riconosciuto meglio in Maradona il linguaggio del popolo, del conflitto e della fedeltà proclamata. Va bene, ma è una lettura schematica. Dopo la vittoria del Mondiale precedente, il Paese non chiede più a Messi di dimostrare di essere argentino ma di mostrare quale Argentina sia ancora possibile. La sua moderazione viene caricata di un contenuto che forse lui non ha mai cercato.
Il rischio sta nel sostituire un culto con un altro. Maradona veniva assolto, Messi può essere idealizzato per il motivo opposto. Messi non ha formulato quel programma. Cammina in campo, ma non dentro una teoria politica. Il fatto che possa essere usato per raccontare un’Argentina post-maradoniana dipende dalla potenza della sua figura, ma soprattutto dal bisogno collettivo di trasformare i campioni in altro.
Accade qualcosa di simile nell’analisi di Hirschmann. Il linguaggio della scienza del comportamento smonta il mistero e lo ricostruisce con termini nuovi. Ogni finta diventa un nudge, un piccolo intervento sull’ambiente che induce il difensore a scegliere la propria sconfitta.
Il concetto è efficace. Messi non sposta l’avversario con la forza, gli offre un’informazione falsa. Fissa un punto, inclina il busto, orienta il piede. Il difensore interpreta quei segnali e oplà, ci casca, si muove nella direzione che Messi ha preparato per lui. Prende una decisione razionale sulla base di un contesto che lo manipola.
“Ogni finta, ogni rotazione minima dell’anca e ogni sguardo rivolto dalla parte sbagliata modificano le informazioni disponibili al difensore, che sceglie da solo il movimento previsto da Messi e libera il corridoio opposto” scrive il professore.
Il punto interessante è capire perché a 39 anni sia diventato più facile. Messi ha perso una parte della leggerezza fisica e ne ha costruita un’altra – pare di capire. Anche i cinque gol di questo Mondiale appartengono a questa trasformazione. Raccontano un giocatore che ha trasferito il proprio dominio dal movimento alla scelta. Forse per questo ogni disciplina prova a impossessarsi di lui. La politica vede nella sua compostezza un modello civile. La psicologia cognitiva osserva il modo in cui seleziona le informazioni. L’economia comportamentale studia le scelte che induce. Ma il calcio, soprattutto, continua a contare i gol.
Nello Slalom di oggi Messi che cammina è una delle tante storie attraverso cui proviamo a capire il Mondiale: ci sono anche la resurrezione di Dembélé, il romanzo nazionale di Beccacece, il corpo fragile di Saka, le analisi di Emma Hayes, Maradona raccontato dai giornali del 1986. Lo Slalom completo arriva ogni giorno su Substack.
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