
Anna van der Breggen, maglia rosa
All’ultima corsa della sua carriera si piazzò 89esima. Aveva 31 anni, era in Belgio, era ai Mondiali. Li aveva vinti già due volte, e una volta le Olimpiadi [a Rio], quattro il Giro d’Italia, due la Liegi, una il Fiandre, sette di fila la Freccia Vallone. “È da un po’ che ho cominciato a chiedermi cosa c’è fuori da questo mondo, che cosa vorrei fare davvero, in che cosa sono brava” disse per spiegare la voglia che si spegneva, il desiderio di scendere dalla bici, uscire e andare, andare e vedere, vedere e capire. “Corro da quando avevo sette anni, è ora di cambiare” disse, e poverina ci credeva. Anna van der Breggen è stata la scheggia ciclistica della Great Resignation, il fenomeno delle grandi dimissioni dal lavoro dopo il covid. Quella cosa che arrivò in Europa dall’America, come le patate, il Black Friday e il rock ‘n roll. Pensò davvero in quel momento di desiderare altro. Durante il lockdown aveva imparato a fare il pane e aveva seminato un orto in giardino, vedendo crescere spinaci, carote, zucchine, insalata e pomodori. Pensava di vivere di quello. Si era da poco sposata con il suo allenatore, Sierk Jan de Haan, e per il loro matrimonio aveva scelto “una canzone italiana che parlava di un amore finito, ma a lei piaceva e nessuno degli invitati capiva l’italiano”.
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