
Il 27 maggio nel ‘66 è un venerdì, e i giornali stanno riferendo il discorso del presidente del Consiglio Aldo Moro in campagna elettorale: a Roma ha invitato gli italiani a bloccare con fermezza il PCI. Alla Camere è il giorno del voto sulla legge per l’amnistia, mentre nel mondo il comando atlantico della NATO si sta spostando da Parigi a Bruxelles dopo il disimpegno di De Gaulle. La Stampa dice che la Francia ha bisogno degli americani e tuttavia può sfrattarli senza paura. “Il ritiro di Parigi dalla Nato spezza in due le difese atlantiche: l’Italia ed il Mediterraneo sono isolati dalle basi del Nord-Europa Dopo avere sacrificato tanti uomini in due guerre, ed avere contribuito con miliardi di dollari alla ripresa francese, l’America deve spendere un altro miliardo per trasferire altrove le sue truppe. Gli Stati Uniti possono paralizzare la «force de frappe» francese bloccando i rifornimenti, ma è dubbio che lo facciano: come escludere la Francia da una riorganizzazione dell’Occidente?”.
La foto del giorno arriva da Monte-Carlo, dove il principe Ranieri e la consorte Grace Kelly hanno portato il piccolo Alberto sul set del film Gran Premio, per vedere da vicino com’è fatta una macchina di F1. È la macchina dell’attore americano James Garner. Ad Asiago, la Nazionale italiana di calcio si raduna per preparare i Mondiali che inizieranno il 31 luglio. I giocatori sono inizialmente trenta, gli esclusi Anzolin e Gori fanno polemica. Polemizza anche Gino Palumbo sul Corriere della sera. Scrive che quasi tutte le altre squadre sono radunate da tempo e sono al lavoro, mentre da noi “gli interessi dei club che sono i protagonisti del calcio non avrebbero consentito più largo margine”. Alla fine, succedono sempre le stesse cose.
È un’Italia senza oriundi, “dopo gli artifici, le macchinazioni, i compromessi” del passato. Così Gino Palumbo fa notare che nel dopoguerra l’Italia non ha mai passato il primo turno e si domanda “perché proprio stavolta che si tratta di una squadra tutta nostra, tutta italiana, dovremmo porle necessariamente un traguardo più ambizioso?”. Infatti.
Ma in questo spazio dove cerchiamo elementi di innovazione e mutazione della società in anticipo sul ‘68, oggi spicca un pezzo di Luigi Volpicelli sul Corriere della sera sul destino delle scuole femminili. “Non hanno più senso” dice il titolo. L’impianto che le aveva giustificate per decenni non regge più. Si fondava su una figura in prescrizione della ragazza, su un compito assegnato prima ancora della sua formazione e su una collocazione domestica, ornamentale, che la società del 1966 ha cominciato a smentire.
«Resta l’altra questione: se, cioè, il mondo moderno comporti ancora un tipo di educazione e di istruzione esclusivamente femminili e, di conseguenza, scuole particolari per la donna. Nei secoli scorsi nessuno avrebbe dubitato della loro legittimità. Esse c’erano proprio per preparare le donne alla concezione che se ne aveva, tanto che erano chiamate scuole “di economia domestica”. Educar le ragazze ad esser quello che dovevano essere: costumate, religiose, inferiori di una certa cultura, atte a tener salotto, a governare la casa, a reggere una conversazione». Durante l’Ottocento avevano avuto larga diffusione delle particolari enciclopedie per dialoghi femminili.
Volpicelli dice che il lavoro produttivo non si lascia più dividere con quella vecchia griglia, e la preparazione affidata a quegli istituti non incontra più un posto preciso nel nuovo assetto economico. La trasformazione industriale e il mutamento delle professioni, insieme con l’allargamento delle attese individuali, hanno svuotato la base di quel modello.
«Questa stessa tendenza ha colpito a morte anche le altre scuole, quelle professionali le quali, agli inizi, erano per la maggior conquista pratica e morale della donna. Sono ormai trent’anni che se ne tenta ogni possibile riforma. Se nonché dov’è più possibile, nell’ambito di una società industriale, l’esercizio di un mestiere, quello e solo quello? E d’altro canto, dove mai esistono ancora professioni solo femminili? L’industria è quella che è: non è maschile, né femminile»
È tuttavia un pezzo sul ritardo culturale di un paese che continua a offrire alle ragazze percorsi pensati per un ordine che non esiste più. Il vero scandalo è promettere strumenti che non portano da nessuna parte. «Una politica di scuole femminili, in effetti, è politica retriva, e non ha più nessun senso in mondo moderno; resta aggrappata ad una realtà che per fortuna non esiste più: la disparità. La donna, professionalmente, è sullo stesso piano dell’uomo. E la donna che studia, e ormai studiano tutte, mira proprio a questo fine: e i genitori, che si sacrificano per farla studiare, si sacrificano anch’essi per questo fine. Sarebbe riprovevole sorprendere la loro buona fede, perché avessero a ritrovarsi, domani, con un pugno di mosche in mano».
