


A Nus, prima che la corsa salga, un uomo sta rimettendo una pietra dentro un muro. La tiene con due mani, la gira, la prova, la sfila, la rimette. Non è una pietra grande, ma ha la sfida delle cose che devono combaciare. Sopra ci sono tre filari di vite. Sotto, la strada è ancora vuota. Tra poche ore passeranno moto e ammiraglie, biciclette, uomini piegati sul manubrio. Per adesso si sente solo il rumore secco di quella pietra che trova il suo posto.
La vigna è stretta alla montagna con muretti bassi. Non sale in modo ordinato, sale come può. Un filare si interrompe contro una roccia, un altro riparte più in alto, un terzo sembra appoggiato a un gradino troppo corto. La terra qui non sta mai davvero ferma. Scivola e si secca, si spacca. Ogni inverno porta giù qualcosa. Ogni primavera qualcuno deve rimetterlo su.
Quest’uomo ha un cappello scolorito e le unghie nere, tiene un paio di forbici da potatura infilate nella tasca posteriore. Si muove piano perché il pendio non consente la fretta. Un piede più in alto, l’altro più in basso. Il suo corpo lavora storto. Anche stare fermi, qui, richiede equilibrio.
Più giù, Nus si sta svegliando al suono strambo dei camion e delle serrande. Nel fondovalle la Dora Baltea corre dietro i capannoni, le vigne si arrampicano sulle pendenze migliori, le case hanno balconi stretti e tetti bassi. La strada per Saint-Barthélemy comincia senza nessuna solennità. La solennità dovete cercarla al Ventoux. Parte tra cortili e muri, curve cieche e orti, sfilando tra cancelli di ferro. Poi tutto stringe.
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