


Ad Alessandria il Museo Borsalino ha una luce da laboratorio pulito. Dentro le vetrine in legno chiaro, fra pareti ordinate, molto ordinate, i cappelli se ne stanno fieri, disposti uno accanto all’altro come se aspettassero ancora qualcuno. Sono cupole alte e hanno tese larghe, nastri scuri, feltri lisci, sfoggiano colori da pianura invernale. Il grigio fumo, il nero, la sabbia, il verde cupo. Alcuni sembrano usciti da un treno di notte, altri da un ufficio ministeriale, altri ancora da uno di quei film americani in cui nessuno dice la verità. Stanno fermi sulle mensole, ma un cappello vuoto non è mai davvero vuoto. Ha preso la forma di una testa, forse forse ha trattenuto del sudore, una goccia di brillantina o di pioggia, si è impregnato di tabacco o di qualche paura. Anche quando è nuovo, un cappello sembra aspettare una fronte. Un vestito appeso può restare stoffa. Un cappello senza testa che ci fa?
La storia del Borsalino comincia fuori da queste teche, in una città che non ama esagerare. Alessandria ha portici silenziosi e strade dritte, la nebbia – eh sì la nebbia – facciate discrete, bar dove il mattino entra piano. Eppure da qui, da una fabbrica nata nell’Ottocento, è uscito l’oggetto che ha coperto alcune delle teste più fotografate del Novecento. Nelle sale del Museo si capisce che il cappello, prima di diventare stile, era un mestiere. Le forme di legno sembrano crani antichi. Le spazzole e le matrici raccontano un’eleganza ottenuta in una catena di montaggio, Un operaio tira, un altro bagna, c’è quello che modella, quello che lascia asciugare, l’ultimo rifinisce. Poi, molti passaggi dopo, qualcuno gira in strada con una tesa sugli occhi per avere più carisma e sintomatico mistero.
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