
Un ragazzo d’oro, un compagno impeccabile, un talento purissimo. Ma se pure Brandon Clarke fosse stato un bad boy, uno stronzo nello spogliatoio e un giocatore mediocre, non si può morire a 29 anni. Dietro ai sorrisi e alla gentilezza, l’ala di Memphis stava affrontando un periodo buio e crolli personali che nessuno è riuscito a fermare.
The Athletic traccia un ritratto commovente e tragico, ricordandolo come un atleta straordinario e un ragazzo solare. Mark Few, suo coach a Gonzaga, racconta che Clarke era così genuino e rilassato che, quando arrivò il momento del Draft, i coach dovettero quasi spingerlo a lasciare il college dicendogli: “Guarda che ti prenderanno, devi andare”. Sonia Raman, sua ex assistente allenatrice, ricorda i momenti passati a parlare con lui non solo di basket e infortuni, ma di passioni normali come le auto, la famiglia e persino di Harry Potter.
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