L’ultimo pianoforte di Prince

Un ritaglio di camoscio viola appoggiato su un divano di Paisley Park ha deciso il colore di un pianoforte. Prince l’aveva indicato senza esitazione: è questa la sfumatura che voglio. Intorno a lui il tour era già partito come un’idea audace, un uomo solo davanti ai tasti, senza band, senza chitarra a incendiare la scena. Nella primavera del 2016, mentre il mondo lo guardava tornare alle origini, qualcuno stava costruendo per lui uno strumento nuovo, enorme, leggerissimo al tocco, immerso nel suo colore. Sarebbe arrivato troppo tardi.

Nel racconto che Andscape affida a David Dennis Jr., la storia di quel pianoforte diventa il modo per raccontare gli ultimi mesi di Prince, con la sua precisione maniacale, il gusto del controllo, una forma nuova di esposizione personale che il Piano & a Microphone Tour aveva aperto, quasi contro la leggenda stessa del personaggio. Chris Gero, il fondatore e vicepresidente di Yamaha Entertainment Group, aveva contattato Justin Elliott all’inizio del 2016 con una richiesta fuori misura anche per uno che di pianoforti per star ne aveva già preparati un mucchio, per Alicia Keys, Paul McCartney, Elton John, Bruno Mars.

Elliott e sua moglie lavoravano da anni sulla produzione di strumenti destinati ai grandi palchi. Ma qui non si trattava solo di assemblare un gran coda Yamaha C7X-SH da sette piedi e mezzo, dipingerlo di viola e consegnarlo. Bisognava entrare in quello che Elliott avrebbe poi chiamato “il tempo di Prince”, una dimensione in cui tutto si accelerava e allo stesso tempo si faceva più minuzioso, quasi clandestino. Il progetto venne trattato come un’operazione riservata. Prince voleva tasti dal tocco leggerissimo. Mandava messaggi in maiuscolo dai telefoni degli altri, perché un cellulare suo non lo aveva. Si capiva che era lui proprio da quella cascata di lettere alte.

Il pianoforte che Prince aveva in mente non doveva solo suonare bene: doveva cedere al minimo contatto, muoversi in fretta, quasi respirare con lui, come se tra le mani e i martelletti non ci dovesse essere nessuna lentezza.

Prince aveva presentato il tour come una sfida ascetica. Tutto doveva avere una forma più nuda e vulnerabile. Le scenografie si accendevano di rosa e viola, la voce veniva filtrata come se Prince stesse parlando da un altro pianeta. Prince suonò soltanto venti date di quel tour, ma bastarono per mostrare qualcosa che la sua carriera aveva lasciato appena intravedere. L’intimità. Durante una data di riscaldamento a Paisley Park, nel gennaio 2016, parlò di suo padre John L. Nelson, musicista jazz professionista, e disse ad alta voce di non saper suonare il piano come lui. Raccontò il divorzio dei genitori, l’effetto traumatico che aveva avuto su di lui a sette anni, il modo in cui quel dolore l’aveva spinto a rifugiarsi nella musica con una disciplina quasi ossessiva. Poi eseguì la prima melodia che avesse mai imparato al piano, il tema di Batman degli anni Sessanta.

The Andscape insiste su questo punto. Per uno che non era mai stato davvero interessato a guardarsi indietro, quel 2016 pareva attraversato da un sentimento diverso. Prince stava scrivendo il memoir The Beautiful Ones, uscito poi nel 2019. Aveva richiamato Apollonia Kotero per dirle quanto fosse felice di avere riottenuto i diritti sulla sua musica. Aveva fatto tornare a Minneapolis BrownMark, con cui i rapporti si erano raffreddati, per parlare di una nuova band. Si era riavvicinato a Morris Day e gli aveva raccontato l’idea di portare i Time in tour all’estero. Dopo la sua morte si è scoperto che per anni aveva donato milioni in segreto a cause benefiche e aveva pagato anonimamente le spese mediche di vecchi compagni di strada.

Era come se Prince, avvicinandosi a una soglia che solo lui forse sentiva con tanta nettezza, avesse cominciato a liberarsi delle piccole ostilità accumulate negli anni, sostituendo il gusto del controllo con un bisogno più quieto di rimettere ordine nei legami e nelle eredità

Il piano viola aveva una funzione romanzesca, era il frammento materiale di un futuro che Prince aveva immaginato e che non si è mai compiuto. Il 21 aprile 2016 sarebbe morto per overdose accidentale di fentanyl, prima di poter portare lo strumento in tour. Prince voleva che si capisse che il piano non era stato un oggetto trascurabile nella sua musica. In uno dei ricordi più belli del pezzo di Andscape, il tastierista Morris Hayes lo rivede in una sala prove di Paisley Park mentre costruisce I Hate U nota dopo nota. Alla fine Hayes gli dice che ha appena visto nascere un altro milione di dollari e gli chiede come faccia. Prince risponde con una semplicità spiazzante, con l’aria di chi considera naturale il proprio prodigio: «Non capisco come gli altri non ci riescano».

Dieci anni dopo, quel pianoforte viola è esposto proprio a Paisley Park. È l’ultimo strumento che Prince ha suonato.

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