L’ultimo difetto della Macchina Sinner

 

 

 

 

❝Come robot avrei potuto vivere per sempre, ma dico a tutti voi oggi, che preferisco morire come uomo, che vivere per tutta l’eternità come macchina❞

Robin Williams, L’uomo bicentenario

 

Juan Manuel Cerúndolo è un ragazzo risolto. Ha ottenuto il risultato più luminoso della sua carriera, e probabilmente rimarrà tale fino al ritiro, ma non si è gettato a terra, non ha messo le mani nei capelli, non ha sollevato pugnetti, non ha detto manco un vamos. Alla fine del match non ha provato nemmeno a spiegare che in fondo lui era stato bravo a. In un’ora e mezza di partita aveva messo insieme sei game in tutto e nel giro di quattro punti sarebbe tornato a casa. E invece.

Alla sua settima presenza al Roland-Garros, in una giornata che viene raccontata come tra le più calde di sempre nel mese di maggio parigino, nel cuore di una partita cominciata a mezzogiorno, Jannik Sinner si è fermato sulla soglia della 31esima vittoria consecutiva dopo un 23-0 contro avversari mancini negli ultimi tre anni e dopo un 18-2 contro gli argentini. Le due sconfitte, pure quelle, erano arrivate contro un Cerúndolo, il fratello maggiore Francisco.

La caduta è venuta nel torneo più importante della stagione, così lo aveva battezzato lo stesso Sinner, in coda a tre mesi pieni di tennis e di viaggi, viaggi e allenamenti, dalla California alla Florida, dalla Florida a Monte-Carlo, e poi l’altura di Madrid per approfittare dell’assenza di Alcaraz, la trasferta di Roma per azzerare il vuoto dopo Panatta. Trentuno match in 83 giorni, alla media di uno ogni due e mezzo. Ecco perché Juan Manuel Cerúndolo non ha esultato. Ha eliminato per la prima volta in carriera uno dei primi-10 al mondo. È diventato il primo argentino a battere un numero #1 otto anni dopo Del Potro con Nadal a New York, il primo sulla terra a 23 di distanza da Calleri in Coppa Davis con Ferrero. Ma ha capito che la vittoria non è sua. Jannik Sinner ha perso contro altri avversari, avversari diversi. Almeno tre.

1️⃣ Parigi, la sua terra e la sua storia

Il Roland-Garros è lo Slam più ostile sia ai tennisti arrivati al numero #1 del ranking mondiale sia a quelli che si sono presentati di volta in volta come testa di serie #1 al torneo. Se ne parlava qui domenica.

Negli ultimi otto anni solo Novak Djokovic ha vinto a Parigi guidando il tabellone. Dal 1988 al 2010 ce l’avevano fatta Jim Courier nel 1992 e Gustavo Kuerten nel 2001. In 39 anni è successo sette volte in tutto – e andando a ritroso prima del 1988 nel tennis moderno si aggiungono solo Bjorn Borg e Ivan Lendl. Ci sono 14 giocatori arrivati al numero #1 del ranking che non hanno conquistato il titolo al Roland-Garros [John Newcombe. Jimmy Connors, John McEnroe, Stefan Edberg, Boris Becker, Pete Sampras, Marcelo Rios, Patrick Rafter, Marat Safin, Lleyton Hewitt, Andy Roddick, Andy Murray, Daniil Medvedev e per almeno un anno ancora: Jannik Sinner]. I titoli vinti a Porte d’Auteuil dai tennisti arrivati al numero #1 del ranking ATP sono 43, meno che a Wimbledon [49] e meno che New York [49]. È solo grazie ai 14 di Rafa Nadal che il Roland-Garros pareggia i 43 di Melbourne: senza la sua eccezionalità sarebbero appena 29.

Ora può darsi che nel dato statistico ci sia una quota di casualità, forse perfino alta, ma resta un dato con cui fare i conti – e il giorno-cinque del torneo ce lo ha mostrato nella cruda realtà dei fatti. Con tutte le sue approssimazioni, il dato custodisce una verità. Non di solo braccio, non di solo tennis vive l’uomo al Roland-Garros. Neppure le eccellenze epocali se la possono cavare con il gioco in un torneo nel quale Roger Federer ha detto che il peso delle gambe è decisivo più che altrove – le gambe intese come prestanza, condizione atletica e resistenza. Se non stai benissimo, a Parigi più che altrove, non te la cavi.

Sinner ha accolto la sconfitta in modo ammirevole, all’altezza del contegno di Cerúndolo, mentre intorno a lui i sacerdoti del tennis [Courier, Henman] e gli accoliti delle sette varie si dividevano fra chi accusava gli organizzatori di complotto – per averlo messo in cartellone a mezzogiorno – e chi li accusava invece di favoritismi al campione sui time-out. Un altro segno che fuori dai nostri confini Sinner resta un campione più divisivo di quanto siamo inclini e disposti a vedere.

 

 

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