
Il 1° maggio nel ‘66 è una domenica, e i giornali riferiscono delle proteste ancora in corso nelle università per l’omicidio di Paolo Rossi, lo studente candidato alle elezioni di aeteneo a Roma e ucciso da un’aggressione fascista. Anche i docenti si stanno aggregando alla protesta. La serie A è sul punto di essere decisa. “Ancora un brivido per lo scudetto” titola il Corriere della sera perché c’è in programma Bologna-Inter, la seconda contro la prima, separate da cinque punti. I campioni d’Europa possono prendersi lo scudetto oppure si può immaginare che si riapra tutto, almeno aritmeticamente , perché – scrive Gino Palumbo – “la gente si rifiuta di considerare finito il campionato. Quando i potenti sono in difficoltà, la gente si diverte sempre ad accrescerne il disagio e a vederli soffrire”.
Ma in questo spazio dove cerchiamo tracce dell’Italia che cambia, il pezzo da segnalare appare a pagina 13 de La Stampa. Anna Rosa Gallesio racconta il mestiere della modista nel momento in cui sta perdendo il centro della scena. Per molti anni il cappello ha fatto parte dell’abbigliamento quotidiano delle donne eleganti. Cambiava a seconda dell’ora, dell’occasione e della stagione. C’erano modelli semplici per il mattino e altri per il viaggio, copricapi più ricchi per il pomeriggio, cappelli piccoli ma curati per il teatro. In quel lavoro le modiste torinesi avevano costruito una reputazione forte, fatta di precisione, gusto e dettagli.
“Cinquant’anni fa il mestiere della modista era uno dei più redditizi. La moda imponeva il cappello: completava l’abito della signora elegante, ma era anche un segno di distinzione”.
Poi la vita è cambiata. Le donne hanno iniziato a lavorare negli uffici, a insegnare, a studiare, a muoversi di più, a fare sport. Sono serviti abiti più comodi, meno legati alle occasioni formali. Il cappello non è sparito, ma ha perso il posto che aveva prima: resta utile contro il freddo o il sole, resta importante per matrimoni, battesimi e ricevimenti, ma non è più una presenza obbligata.
Così le modiste torinesi protestano. Raccontano che un tempo, nella stagione dei matrimoni, preparavano cinque o sei acconciature da sposa alla settimana; ora ne vendono poche in tutto l’anno. Accusano profumerie, boutique, sartorie e altri negozi di vendere cappelli senza licenza, togliendo lavoro a chi quel mestiere lo conosce davvero. La loro richiesta è semplice: non vogliono aiuti, ma controlli e regole uguali per tutte. Dietro la protesta c’è la paura che un mestiere cittadino scompaia, perché rende poco e non attira più apprendiste. Le ragazze scelgono lavori meglio pagati, mentre le modiste restano a difendere una tradizione che non ha quasi più ricambio.
“Siamo le ultime eredi — dicono a La Stampa — di una tradizione cittadina, le famose crestaie della Torino di Gozzano”.