


Si resta fuori, a guardare questa fabbrica che ha ancora la grandezza del lavoro e non ha più il lavoro. Il Linificio Canapificio Nazionale nacque qui nell’Ottocento, quando l’acqua, la ferrovia, la pianura e le braccia operaie potevano tenere insieme un mondo intero. Lino e canapa arrivavano come materia da trasformare. Dentro c’erano reparti, telai, magazzini, uomini e donne che facevano polvere e rumori. Un ragazzo sta portando il cane lungo il marciapiede e lo tira via quando si avvicina troppo alla rete. È come se la fabbrica appartenesse a una scala differente, troppo grande per diventare una rovina pittoresca, troppo ferita per essere soltanto architettura.
A poca distanza, la centrale Pietro Rusca continua invece il suo lavoro. L’edificio ha muri compatti, finestre ordinate, una severità da inizio Novecento. L’acqua arriva incanalata. Entra dove deve entrare. Sparisce per un tratto e ricompare più avanti, schiumosa, veloce, con un colore diverso nei punti in cui sbatte contro il cemento. Le ringhiere sono state verniciate e le scale scendono verso l’acqua con gradini puliti.
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