Il Gp di Miami, una settimana da Super Bowl senza Super Bowl

Il paddock prende il posto del campo centrale dove un mese fa Sabalenka e Sinner hanno alzato i loro trofei. Poco più in là, sugli spalti dell’Hard Rock Stadium, è ancora fresca la memoria di un’altra folla, quella del torneo del college che a gennaio aveva riempito l’impianto per la finale nazionale. A Miami gli spazi cambiano pelle. Lo stadio si allunga, si trucca e si presta a un’altra liturgia. Avanti la prossima. Dopo settimane di vuoto in calendario, adesso è il turno della Formula 1 e Miami si ripresenta con quel suo modo preferito di ospitare un evento, trasformarlo cioè in una settimana intera di baccano e di colore.

È per questo in fondo che Liberty Media ha portato le nostre vecchie corse delle macchine in America. Per consegnare ai signori dell’entertainment qualcosa che loro potessero far diventare entertainment, non una una semplice tappa del Mondiale come in tutti gli altri posti del mondo, quei nomi pieni di polvere come Silverstone, ma un tentativo sempre più esplicito di costruire un grande appuntamento che somigli al Super Bowl senza il Super Bowl.

La lunga pausa lasciata dalla cancellazione delle gare in Bahrain e Arabia Saudita ha caricato Miami di un’attenzione ancora più insolita. Una sospensione che può diventare un vantaggio sul mercato dello spettacolo sportivo che ha cancellato il concetto dell’attesa. Il ritorno in Florida è vistoso, addirittura più teatrale di quanto sarebbe stato, più vicino al lessico urbano di una città che non teme l’eccesso, non lo hai mai temuto.


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▻ L’ultima volta che Muhammad Ali fu Cassius Clay su un ring, Miami non aveva nemmeno una squadra per cui tifare. Era solo preoccupata in quei giorni di proporsi come nuova meta per il turismo. La settimana prima di quel match con Sonny Liston, aveva ospitato i Beatles per la loro seconda apparizione all’Ed Sullivan Show, in diretta da un hotel sulla spiaggia di Deauville. Ernest Hemingway se n’era già andato nell’Idaho a morire, dopo aver raggiunto nella sua casa alle Keys il numero di 688 pagine per il manoscritto di The Dangerous Summer, uscito poi a puntate su Life.


Liam Parker, che per la Formula 1 segue comunicazione e relazioni istituzionali, lo ha detto quasi con sollievo a The Athletic: questa interruzione gioca a favore di Miami, perché consente di rientrare con il botto, nel solo modo che Miami riconosca come proprio. È una bella frase da titolo, ma è pure il centro di una strategia più profonda, che parte da una constatazione elementare. Negli Stati Uniti la Formula 1 non può limitarsi a comparire, correre e sparire.

Miami prova a fare con la Formula 1 quello che negli Stati Uniti fanno i grandi eventi quando vogliono contare davvero: non accontentarsi del giorno della gara, ma occupare l’immaginario della città per un’intera settimana, fino a far sembrare la corsa di domenica il punto d’arrivo di qualcosa di molto più grande.

Quando Liberty Media acquistò la Formula 1, nel 2017, l’idea era portare il campionato dentro città internazionali, luoghi che avessero già in sé il traffico umano, economico e simbolico per un evento globale. Miami era una candidata naturale. Prima del suo ingresso nel calendario, avvenuto nel 2022, gli Stati Uniti avevano vissuto per quasi un decennio con una sola gara, quella di Austin, Texas, dove al massimo ti immagini JR col suo cappello e Lance Armstrong con le sue maglie gialle sbiadite alle pareti di casa. Il mercato appariva enorme ma poco sfruttato, ancora precedente all’esplosione di Drive to Survive, e la Formula 1 cercava un modo per rendersi fisicamente visibile in un paese nel quale la concorrenza sportiva e spettacolare non lascia spazi.

Miami offriva tutto quello che serviva: turismo, business, infrastrutture, alberghi, una comunità internazionale abituata a vivere gli eventi come una forma di autorappresentazione della città. La visione iniziale immaginava perfino le monoposto correre sulla costa. Poi una soluzione fu trovata ai Miami Gardens, attorno all’Hard Rock Stadium. Non c’è stato un entusiasmo immediato. Le resistenze sono state concrete e le obiezioni forti per il rumore, il traffico, l’impatto ambientale, per la diffidenza verso qualcosa che sembrava arrivare da fuori senza una reale utilità per il territorio. In quel momento, racconta Parker a The Athletic, gli Stati Uniti non avevano ancora visto davvero cosa potesse significare avere una gara di Formula 1 dentro la propria comunità, né dal punto di vista economico né da quello culturale.


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