
Non è stato solo un pilota, non è stato solo un campione paralimpico, non è stato solo un corpo finito più volte contro il limite. Alex Zanardi è stato una figura che ha cambiato il modo in cui guardiamo la disabilità. Ha tolto l’uomo senza gambe dal recinto della pietà e lo ha riportato dentro lo sport, dentro la competizione, dentro la vita pubblica, non come un’eccezione da applaudire con imbarazzo, ma come un atleta da battere e da temere.
Ha costretto lo sport a non scartare i corpi amputati, mostrando che un corpo può perdere una parte e restare intero in ciò che desidera. La frase che forse più gli somiglia dovrebbe stare nelle scuole: «È disabile chi ha poca stima di sé». È una specie di principio civile. Zanardi l’ha detta dopo aver perso le gambe al Lausitzring nel 2001, dopo operazioni, arresti cardiaci, molto dolore e lunghe riabilitazioni. L’ha detta perché la sua vita aveva mostrato che la disabilità non coincideva con un’idea di sottrazione, ma con lo sguardo che gli altri posavano su quella sottrazione. Lui quello sguardo lo ha cambiato. Quasi si direbbe che non ha fatto altro.
Nella foto dell’oro di Londra, quando ha alzato l’handbike con il braccio destro, sembrava davvero un uomo che mostrava una possibilità. Faceva vedere che una bicicletta speciale poteva diventare molte cose, un’estensione del corpo, una rivincita, finanche una forma di libertà. Aveva già vinto in macchina, aveva vinto nella CART, aveva attraversato la Formula 1, le piste, la velocità. Ha ricominciato. Da un altro punto. Poteva sembrare la fine, lo ha usato come una partenza.
Non c’era odore di santità, in Zanardi. Anzi, la respingeva. Sapeva scherzare sulla fama arrivata dopo l’incidente, su quel suo essere diventato, diceva, un misto tra Padre Pio e Raffaella Carrà. Sapeva anche raccontare la paura senza far finta di non averla conosciuta. Era competitivo, curioso, era testardo. Anche aprire un barattolo poteva diventare un braccio di ferro con il coperchio. È stata la sua forma più vera di grandezza. La sua sofferenza non è stata una predica al mondo. Veniva da un padre idraulico che gli augurava di diventare pilota di Formula 1, ma intanto gli diceva di imparare un mestiere. Emanuela Audisio ha raccontato una volta su Repubblica: “Alex in seconda elementare, quando gli altri bambini disegnano le casette, con il pongo costruisce la pista di Indianapolis, curva parabolica inclusa. Gli è sempre rimasta la curiosità e la voglia di spostare i confini. Ha trasformato il suo garage in una palestra e in un laboratorio tipo Nasa. E lui lì a riparare il mezzo meccanico e il suo motore umano”.
Dopo l’incidente, il suo garage è diventato una palestra e un laboratorio. La macchina da corsa è diventata una handbike. Il pilota è rimasto pilota, anche senza un abitacolo. Si è costruito un’altra posizione. E quando qualcuno pronunciava la parola impossibile, scattavamo le sfide – come quelle presentate in tv. La maratona di New York, l’Ironman, le Paralimpiadi, i Mondiali.
Ha perso una sorella, morta giovanissima in un incidente stradale. Il padre, poco prima dei trionfi americani. Le gambe, quando aveva già deciso che quella sarebbe stata l’ultima stagione. Poi, nel 2020, un altro incidente, un’altra frattura. Con lui c’è sempre stata la moglie Daniela, che nella notte più grave gli sussurrava di resistere.
Zanardi ha resistito molte volte, troppe per una sola vita. Ma non va ricordato solo per questo. Resistere è un verbo povero se non dice anche cosa se ne fa una persona della resistenza, e del tempo che riesce a strappare al buio. Lui lo ha riempito di idee e di incontri, di leggerezza e di ostinazione. Ha mostrato che una protesi non è una vergogna, che una carrozzina non è una condanna e che un corpo diverso non deve essere nascosto, né santificato. Ha insegnato una cosa semplice e difficile, che non bisogna per forza tornare come prima per sentirsi vivi.
Ecco cosa resta, adesso. Non l’eroe perfetto, non l’immagine consolatoria del dolore che rende migliori. Resta un uomo che ha attraversato il dolore senza consegnargli il volante.