Un vestito nero per capire Mina

Il parco urbano di Bussoladomani ha cancelli bassi, erba rasata, cartelli nuovi, vialetti che non sanno più bene se portare a un concerto o a una passeggiata col cane. La mattina, quando il Lido di Camaiore non ha ancora messo in fila le sdraio e i bar aprono con il rumore secco delle serrande, questo posto sembra un teatro dopo lo sgombero. Entrando, si vedono prima le cose piccole. Una bottiglia d’acqua lasciata vicino a un cestino. Una fascetta di plastica incastrata tra due assi. Il segno rettangolare di una struttura smontata sull’erba. Un uomo con il decespugliatore segue il bordo di una recinzione e ogni tanto sparisce dentro il rumore che produce. Dietro gli alberi, la strada porta ancora verso il mare. Non si vede, ma lavora nell’aria. Sale, crema solare vecchia, pini, quella roba là.

Qui Mina cantò per l’ultima volta davanti a un pubblico, in una notte di agosto del ‘78. Tra poco saranno cinquant’anni. Era al teatro-tenda, il luogo dove la Versilia provava a sembrare internazionale senza smettere di essere italiana, fra tavoli e macchine parcheggiate male, signore abbronzate e uomini in camicia aperta, l’orchestra e i camerieri che passavano con i vassoi alti. Quel concerto sarebbe diventato un disco, Mina Live ’78, ma quella notte non aveva un titolo. Era solo una sera calda, con una donna vestita di nero che stava per uscire dalla vista degli altri senza dirlo.

Nel parco di oggi non c’è traccia del buio di allora. Resta una specie di impronta, più difficile da vedere. Sarebbe bello sapere dove stava il palco, dove entrava il pubblico, dove potevano essere i camerini. Ma i luoghi degli addii non conservano mai l’addio. Trattengono i dettagli inutili, può essere un cancello laterale, può essere una curva del vialetto, oppure il punto in cui l’erba cambia colore.

 

 

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