



Qui Mina cantò per l’ultima volta davanti a un pubblico, in una notte di agosto del ‘78. Tra poco saranno cinquant’anni. Era al teatro-tenda, il luogo dove la Versilia provava a sembrare internazionale senza smettere di essere italiana, fra tavoli e macchine parcheggiate male, signore abbronzate e uomini in camicia aperta, l’orchestra e i camerieri che passavano con i vassoi alti. Quel concerto sarebbe diventato un disco, Mina Live ’78, ma quella notte non aveva un titolo. Era solo una sera calda, con una donna vestita di nero che stava per uscire dalla vista degli altri senza dirlo.
Nel parco di oggi non c’è traccia del buio di allora. Resta una specie di impronta, più difficile da vedere. Sarebbe bello sapere dove stava il palco, dove entrava il pubblico, dove potevano essere i camerini. Ma i luoghi degli addii non conservano mai l’addio. Trattengono i dettagli inutili, può essere un cancello laterale, può essere una curva del vialetto, oppure il punto in cui l’erba cambia colore.
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