La ragazza di Venditti a Sasso Marconi

La piazza di Sasso Marconi nel pomeriggio ha tavolini metallici, biciclette appoggiate male, ragazzi che mangiano gelati camminando. Le ruote delle ammiraglie attraverseranno il centro lasciandosi dietro un odore caldo di freni e gasolio. Per qualche minuto il paese avrà avuto il rumore della corsa. Le radio accese e i motori bassi, gli uomini con il pass al collo, le transenne toccate da mani che non sapevano bene dove mettersi. Quando il Giro prenderà la strada per Bologna, la piazza rimarrà con i bicchieri vuoti, le cartacce rosa e una borraccia dimenticata sotto una panchina.

E lei, a quel punto, lei dovrebbe essere lì, da qualche parte. La ragazza di Venditti che a Sasso Marconi viveva sdraiata sull’orlo di una piazza. Non seduta. Non in piedi. Sdraiata. Non al centro. Non fuori. Sull’orlo. Ragazza, poi. Una volta. Oggi dovrebbe avere sulla sessantina. Bisogna trovarla con la memoria, prima che con gli occhi.

Una piazza ha molti orli. Il bordo dell’aiuola, il gradino di una farmacia, il muretto basso vicino alla fermata, la soglia del bar dove due sedie restano sempre mezze dentro e mezze fuori. Su uno scooter fermo, una ragazza guarda il telefono con il casco ancora allacciato. Su una panchina un’altra tiene le gambe piegate sotto il corpo e beve da una lattina. Davanti alla gelateria, due adolescenti si dividono un pacchetto di patatine senza parlarsi. Chissà com’era lei nel Settantotto, chissà come sarebbe oggi. Dove sarebbe seduta.

 

 

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