

Fuori, il mattino tiene ancora le montagne dentro la vetrina, i riflessi e le nuvole insieme.
Il banco è corto. Un uomo beve il caffè senza togliersi il piumino. Due ragazzi entrano con gli zaini e parlano piano, come se il paese avesse un regolamento sul volume da rispettare. Sulla porta qualcuno si saluta per nome e nessuno si gira davvero.
Il bar della canzone di Baglioni esiste ancora. Sta nella piazza e fa caffè.
Agordo è raccolta in una conca. Le case resistono all’inverno, alla strada e alla trap. La valle del Cordevole passa sotto, con le sue officine e i suoi parcheggi, le fermate degli autobus uguali, i piccoli negozi, certe finestre che guardano verso pareti enormi. L’Agnèr si alza a ovest con la sua mole netta. È una montagna che occupa lo sguardo. Anche quando non la guardi. Resta addosso al paese.
Baglioni cercava per tutto il tempo del suo pezzo questo piccolo grande umore. Lo cercava in un pendio, un ballo, una pizza, un pomeriggio al bar, una manciata di stelle sull’Agnèr. A camminarci dentro, oggi, Agordo non sembra smentirlo. Lo corregge soltanto con le cose che nel frattempo sono arrivate. Le rotatorie, per esempio. Le auto in fila davanti agli stabilimenti, le insegne, le lenti degli occhiali sulle facce di chi esce dal turno.
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