L’album delle figurine digitali

In principio la rivoluzione che scandalizzò i puristi fu il passaggio dalla colla all’adesivo. Fu il momento in cui smettemmo di imbrattare gli album delle figurine con quella sostanza bianca e appiccicosa, così densa e infida da rendere una cosa sola la pagina di destra dell’Argentina di Luque e Houseman con quella di sinistra della Francia di Tresor e Lacombe. A un certo punto si inventarono – finalmente – i talloncini da staccare dal dorso delle figurine, e zac: andavano sull’album senza più la coccoina. Era una liberazione per chi attaccava, parve un tormento per i genitori e i nonni che non se ne capacitavano. Per guadagnare consenso, forse, la Panini si inventò che i talloncini potevano essere raccolti e rispediti a Modena: gli scarti riciclati avrebbero in qualche modo portato degli aiuti ai bambini in Africa. Come, chi se lo ricorda più.

La cosa più poetica mai ascoltata sulla colla è di Loretta Goggi, che da ragazza consegnava a un diario le sue fantasie. «Scrivevo che mi piacevano Cary Grant e Rock Hudson, cose così, ingenue, eppure mi parevano inconfessabili. Avevo paura che mia madre le scoprisse. Perciò incollavo le pagine, una sull’altra. Il diario è diventato un solo blocco rigido, un unico foglio spesso, dopo la copertina con i fiori d’arancio, dove si riesce a leggere solo la dedica della zia. Lo conservo ancora».

 

 

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