
Dicevano che avrebbe perso la maglia prima della cronometro, e invece da Viareggio a Massa ce l’aveva addosso. Poiché Afonso Eulálio è portoghese, dicevano che poteva salvarsi solo con miracolo, un miracolo di Fatima. Lui ha risposto secco: “Non credo nei miracoli, credo nel mio lavoro”. Ha una faccia da angelo e un cuore di pietra: Ha 24 anni, le guance piene e un sorriso dolce, ma Carlos Arribas su El Pais dice che il ragazzo in testa al Giro d’Italia dentro è duro come Joaquim Agostinho, il mitico ciclista-soldato portoghese.
È un irriverente. Il suo vecchio scopritore sostiene che questa irriverenza è la sua forza. Non si fa intimidire da nessuno, nemmeno da Jonas Vingegaard, il favorito, il maggiordomo che doveva uccidere la corsa come nei peggiori gialli. Il maggiordomo, diciamo la verità, si sta prendendo tutto il suo tempo. Con quel cognome da personaggio di Antonio Albanese, Eulálio ha persino rifiutato la chiamata del presidente della Repubblica portoghese. Perché non risponde ai numeri sconosciuti [bravo – sennò ti entrano nel telefono e ti tocca andare dalla postale].
Essendo quello che Arribas chiama un “ranocchio magro”, la cronometro piatta di 42 km era il suo incubo. Pensava di perdere tutto contro il “todopoderoso” Jonas Vingegaard. Invece gli ha lasciato perso meno di due minuti, mantenendo 27 secondi di vantaggio in classifica generale.
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