Diario del ’66 – I fumetti che incitano alla violenza

 


Il 22 maggio del ‘66 è una domenica, e i giornali raccontano la conferenza stampa improvvisata del presidente degli Stati Uniti Johnson, convocata per riaffermare la volontà di raggiungere la pace in Vietnam. Nelle pagine sportive, Cassius Clay ha conservato il titolo dei pesi massimi battendo Cooper, in quelle della cultura [su La Stampa] c’è Guido Piovene che elogia i gialli di Chesterton, “il furore e l’allegria nelle storie di Padre Brown”, mentre dalla pagina letteraria del Corriere della sera avanza un pezzo di ragionamento molto familiare negli anni successivi. L’idea che la fantasia popolare non si limiti a riflettere un gusto già esistente, ma lo deformi, lo peggiori e lo ecciti. Non è ancora il linguaggio di oggi sulla violenza provocata dalla fiction, ma siamo là, siamo nei paraggi del sospetto che certi prodotti contribuiscano a far diventare normale il crimine.

Sotto accusa, i fumetti. Il Corriere mette in scena una piccola invasione di “tetri eroi dei fumetti con i loro nomi diritti di ‘cappa’”, e poi li elenca: Diabolik, Kriminal, Demoniak, Sadik, Masok, Infernal, la perfida Satanik, inguainati in tute oscure, senza una grinza, armati di pugnali, rasoi, pistole, aggeggi della morte, fruste, gatti a nove code, bottigliette d’acido corrosivo, pillole sonnifere o paralizzanti.

La tesi di Leonardo Vergani è che questi fumetti hanno preso il posto dei vecchi eroi avventurosi. “Il divo dei nostri giorni non è l’intrepido eroe positivo, ma il sadico delitto”. E contrappone questa nuova stirpe a quella precedente: “Il vecchio divo tra avventure di cow-boys, storie di guerra, fantascienza (Nembo Kid e Manuel Man, ad esempio) e fumetti comici per bambini, come Linus, Tom e Jerry, Rin Tin Tin, Cucciolo, Picchiarello, Topolino, Paperino, e Silvestro. Questo ultimo, da un tempo più o meno lungo, continua la loro innocente marcia”.

Sono fumetti che vendono moltissimo e quindi rispondono a una domanda reale. “Gli altri? Hanno avuto già il loro balzo in avanti, dicono gli edicolanti dal momento in cui la Zecca Italiana coniò il pezzo da cinquecento lire che si regala più facilmente e altrettanto facilmente può venir sottratto dalle tasche dei genitori senza borbottii”. Il fumetto nero entra nella disponibilità materiale degli adolescenti, costa poco, si compra facilmente e passa di mano. Il lettore “con ogni probabilità provocato anche dalla forma grafica del racconto” entra in un rapporto di acquiescenza verso il male messo in scena. Questi personaggi “alla fine lasciano con un palmo di naso agenti segreti e commissari di polizia, onesti ma lievemente tonti”. La fiction altera la gerarchia morale – e qui attenzione: reggetevi – non per tutti, non turba tutta l’Italia. Chi sta a sud di Roma – si legge – accetta con tutta tranquillità che Diabolik sevizi e strangoli la figlia del miliardario Thompson.  Il lettore sudista non vuole invece che sia una donna a comportarsi con altrettanta crudeltà e rifiuta soprattutto avventure sul genere di Barbarella l’eroina, che dopo essere stata salvata da un apollineo venusiano, decide di concedersi a lui. Al di sopra di Roma, al contrario, non esistono prevenzioni

Il sottinteso è chiaro, e non è neppure un sottinteso: al Sud si accetta tutto con più passività, meno vigilanza e meno strumenti critici. È un piccolo [grande] riflesso di superiorità culturale centro-settentrionale, tipico di molti pezzi – diciamo di quegli anni. Ma l’elemento che ci interessa in questo spazio che cerca tracce di futuro in anticipo è che la cultura di massa comincia a spaventare, perché non sembra più controllabile dai vecchi custodi del gusto e dell’ordine.

C’è una questione di gusto e di ordine anche dietro il cambio alla conduzione di Studio Uno, lo show televisivo del sabato sera. Hanno fatto fuori Rita Pavone.

La Stampa scrive: “A molti, lo sappiamo, l’elettrica Rita non piace. Le accuse sono svariate: è piccola, non è avvenente, sembra un maschio, si agita troppo, urla troppo ecc. ecc. Ci guardiamo bene dall’impiantare una discussione. Giudichiamo la cantante solo per il contributo che ha dato a «Studio Uno»: e bisogna riconoscere che è stato un contributo positivo. Prima del suo arrivo la rivista colossale (che di colossale non ha che lo spropositato numero di puntate) faceva, in genere, dormicchiare. La fiacca imperava. Aveva tentato di scuoterla, con metodi magari discutibili ma energici Enrico Maria Salerno col suo brigante Mariafette. Scandalo, censura, scomparsa di Salerno. Così si era tornati in balia delle spiritosaggini di Luttazzi e delle accademiche coreografie di Hermes Pan. La Pavone, con il suo gruppo di ragazzi e ragazze, ha portato, se non altro, una nota di allegria, un’ondata di dinamismo.

Invece salta, e senza che neppure lo immaginiamo sta arrivando un pezzo di storia della televisione italiana. Dal sabato 28 maggio alla conduzione arriva Mina.

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