Diario del ’66 – Cosa ballano i giovani

   

   

Il 13 maggio del ‘66 è un venerdì, e le prime pagine raccontano il caos nelle città italiane per lo sciopero dei tram e degli autobus. La Camera ha approvato con 422 sì e 32 no la legge sul licenziamento per giusta causa, mentre il Senato si sta occupando di scrivere gli articoli della legge che prevede l’amnistia o il condono di due anni a determinati reati. Le pagine di sport stanno commentando il ritorno del Real Madrid nell’albo d’oro della Coppa dei Campioni. A Bruxelles ha battuto in finale il Partizan e Vittorio Pozzo, ex c.t. della Nazionale mondiale del ‘34-38 scrive di essere contento “per il piacere che ci provoca ogni volta il vedere la squadra che si serve prevalentemente delle armi tecniche e di quelle morali imporsi alla compagine che si appoggia preferenzialmente ai mezzi fisici. Giocatori cone Serena, Amancio, Velasquez, Grosso, Zoco, stanno  uscendo dalla fase della inesperienza per entrare in quella della maturità”. 

In questo spazio dove cerchiamo tra le cronache del tempo segni di un’Italia nuova o di un cambiamento in anticipo, sono due i pezzi che si segnalano. Uno sta sul Corriere della sera e racconta un nuovo sguardo sulla scuola, sui giovani e sul disordine. Alcuni istituti in Italia stanno includendo nei programmi e nell’organizzaizone della giornata quella attività che oggi chiamiamo extra-curriculari. Non siamo ancora al Sessantotto. Manca una cosa decisiva: il conflitto con l’istituzione. Le scuole non sono ancora rovesciate e occupata, né accusate di imporre un ordine sociale. Ma c’è una speranza espressa esplicitamente che possa trattarsi di una riforma dal basso, o dall’interno. È una posizione pre-Sessantotto ma già inquieta e contro le rigidità. 

“Ci si va volentieri a una scuola simile: lasciatelo dire, non è semmai nemmeno una scuola statale. Le attività extra e parascoslastiche, qui, si sono sviluppate con ricchezza e sono sorrette dal consenso e dalla piena partecipazione degli studenti. Attrazione che, anzi, diremmo lo spirito d’iniziativa del preside, ha dato vita a molte iniziative, in un clima di cordiale intesa. Il circolo degli studenti organizza dibattiti, incontri con scrittori e artisti, gite; l’ultima a Paestum, con colazione al sacco, tredici ore nel “Castelnuovo 66”, che non riesce a fare a meno di qualche articolo scottante. Ma i ragazzi del “Castelnuovo” hanno capito che tutto questo non era sufficiente per dare popolarità alla scuola”.

In questo istituto di Roma,  la scuola è diventato uno spazio in cui i ragazzi e le ragazze portano sé stessi, i loro gusti, i loro corpi, la musica, il bisogno di stare insieme. “Ben venga una scuola dove si balle” si legge. Per non restare morta, la scuola deve dunque accettare di farsi attraversare da linguaggi che non controlla, come il teatro e la musica. Tutte cose che oggi sembrano normali, ma nelle quali gli adulti del 1966 vedono in prevalenza una forma di esuberanza e di cattivo gusto. Una minaccia. 

“I giovani, in effetti, hanno un gran bisogno di ritrovarsi insieme senza le divisioni di pochi ceti e delle ideologie. Come hanno capito valenti educatori moderni, questa loro aspirazione va incoraggiata, senza bloccare la scuola in posizione statica e sorpassata. Continuino a ballare. Ma sembra tutta un’allegra parodia del ballo moderno, questi ragazzi che fanno capire che di certi balli ridono loro per primi: quelli che contano è trovare un linguaggio che li metta davvero insieme”.

Il secondo pezzo interessante sta sulla La Stampa, e curiosamente esso stesso si occupa di balli. I balli dei giovani. Nella pagina dedicata alla Cronache del divertimento, Ugo Salvatore parla di un cambio di costume e racconta il momento in cui i più giovani smettono di adattarsi ai gusti esistenti e cominciano a imporne di nuovi.

Le sale da ballo sono il punto di osservazione più facile. Dietro ci sono il mercato della musica, i consumi, i vestiti, il modo di stare insieme, il rapporto fra i sessi.

Il pezzo dice innanzitutto che la danza non è più un gesto di coppia ordinato. Sta diventando una pratica più fisica e individuale, meno galante. I corpi non servono più a cercarsi, ma a scaricare energia. Gli adulti del settore — impresari, maestri, gestori — la leggono come una perdita di forma, i ragazzi la vivono come una liberazione.

“L’Italia si ferma allo shake. Sono soprattutto i giovani a tenerlo in vita. E non potrebbe accadere altrimenti. Questo ballo d’importazione anglosassone, richiede la vivacità di uno scoiattolo e la resistenza di una intera squadra di calcio. Per ore ed ore, chi lo pratica, si dibatte come uno stregone, svincolando gli arti al controllo dei nervi e la testa a quello della ragione. Ad elettrizzare i giovanissimi è la musica martellante lanciata dai cento complessi “capelloni” disseminati ovunque”.

Salvatore mette a fuoco la frattura generazionale. Chi viene dal passato rimpiange un mondo in cui la pista serviva a conoscersi, misurarsi, corteggiarsi. La Stampa registra un codice che si sta scomponendo. “A dolersi di tale fenomeno sono innanzitutto i proprietari delle sale tradizionali dove è ancora consentito ad una coppia brizzolata di scivolare in uno slow. “Un tempo — essi lamentano — si ballava per evadere, per allacciare amicizie, persino per trovare marito. Oggi i nuovi ritmi impongono la distanza tra dama e cavaliere. Ognuno balla per i fatti suoi. Quando l’orchestra tace, ci si ritrova chissà dove”. Tale tendenza porta inevitabilmente, come affermano i maestri, ad una decadenza del gusto e dello stile”.

La parte più interessante è forse un’altra. Salvatore intuisce che la faccenda non riguarda solo il sabato sera. Riguarda chi decide ormai il successo commerciale, i ragazzi e le ragazze con i loro acquisti, le loro classifiche, la loro rapidità nel premiare e bocciare. La musica leggera e la moda estiva passano da loro. Il 1966 è l’anno in cui l’adolescenza si prende un pezzo di mercato, e allo stesso tempo si fa prendere. .

“Nel 1965 gli italiani hanno speso 19 miliardi in jukeboxes e in giradischi. I consumatori più accaniti appartengono all’ultima generazione. I giovani condizionano la fortuna o l’insuccesso dei divi della canzone; sovvertono il verdetto dei festival. A Sanremo austere giurie scelsero Modugno e la Cinquetti. Tempo una settimana: la classifica si capovolse. In testa alle preferenze salì a furor di popolo una ragazza ye-ye: Caterina Caselli con lo shake “Nessuno mi può giudicare”. Sono i giovani a fare il bello e il cattivo tempo”.

Il ballo serve a raccontare un passaggio più ampio. Chi ha meno di vent’anni sta riscrivendo le gerarchie del gusto. E gli adulti, come spesso accade in questi articoli del 1966, oscillano tra fastidio, ironia e un certo stupore.

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