
❝Villeneuve fu l’immaginazione al potere, negli anni di piombo fu come un raggio di luce❞
Leo Turrini
Non è un autodromo con un flusso continuo di marcia, finisce sempre che si sfiora il muro. In un campionato dove tutti parlano di aggiornamenti e pacchetti aerodinamici, dove i dati si verificano al simulatore, qui il simulatore ci può fare poco. È una pista su cui un pilota deve fidarsi delle mani. Le macchine arrivano lanciate su lunghi rettilinei, poi devono frenare tardi e tanto. Sono staccate vere, verso curve lente o medio-lente. Servono stabilità in ingresso, freni che non vadano fuori temperatura, un retrotreno che non si muova troppo quando il pilota scarica la macchina.
A Montréal i cordoli devi usarli, perché se li eviti perdi strada e perdi tempo. Ma se li prendi male, la macchina salta e si scompone. È il classico circuito in cui una macchina troppo rigida, anche se molto efficiente per aerodinamica, può diventare – come dire – nervosa. Si imbizzarrisce come un cavallo del West. La macchina deve essere precisa, ma anche capace di assorbire. Dopo molte curve lente, devi rimettere potenza subito. Se la macchina pattina, se consuma troppo le gomme posteriori, se il pilota deve aspettare mezzo secondo prima di aprire il gas, perde tantissimo lungo il rettilineo successivo.
Per questo Montréal spesso ha premiato macchine stabili. Per questo Hamilton ha detto con una sincerità sorprendente che il simulatore Ferrari non gli serve abbastanza. È una cosa che pare molto tecnica e finisce per rivelarsi molto pratica – se vogliamo finanche un po’ romantica per chi è ancora sensibile a John Keats e all’idea che una cosa bella sia una gioia per sempre. Su un circuito così, bisogna sentire la macchina vera, capire come prende i cordoli e come frena. Il tempo non nasce solo dal disegno ideale della traiettoria ma da dettagli fisici. Al simulatore si possono riprodurre i tracciati, il grip, i carichi, le mappature, ma i cordoli sono una sporca faccenda da tenente Parker.
[Aperta parentesi: peraltro il tenente Parker aveva una potente Pontiac Firebird Trans Am del 1973, di un rarissimo colore verde scuro foresta. John Sturges girò sequenze di guida per il tempo pazzesche lungo le strade di Seattle e perfino una corsa acrobatica sulla spiaggia. Ma amici del ciclo Bellissimi di Retequattro non anticipiamo altro per non rovinarvi il finale. Chiusa parentesi].
Insomma, al simulatore la macchina non rimbalza, non si sente quanto il fondo tocca, quanto il pilota sente il retrotreno. Se il simulatore non restituisce bene quella sensazione, il pilota può prepararsi su una pista che casomai somiglia a Montréal, ma non è davvero Montréal. È la pista che scoperchia la guerra dei mondi. La finzione contro la verità. Nel nome di Gilles. Che riposi in pace.
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