Il 15 aprile del ‘66 è un venerdì, e i giornali stanno raccontando lo sciopero dei medici in tutta Italia, l’incidente in elicottero del presidente iracheno Aref e l’inaugurazione della Fiera di Milano, definita da Giulio Andreotti “il simbolo della ricostruziona nazionale”. Giovanni Macchia certifica dalla terza pagina del Corriere della sera “la rinascita del romanzo d’appendice”.
È nelle cronache sportive che si sente un’eco del presente, o forse dovremmo dire di certi dibattiti contemporanei che ci trasciniamo da sessant’anni. Due giorni prima, l’Inter ha perso 1-0 in casa del Real Madrid l’andata della semifinale di Coppa dei Campioni, quando Gino Palumbo esce sul Corriere della sera con un’analisi severa delle scelte di Helenio Herrera in panchina. È la squadra campione in carica, ha vinto la Coppa Intercontinentale e il risultato è in bilico. Eppure Palumbo non si lascia sfuggire l’occasione per ribadire la sua idea di calcio [se ne parlava qui], uguale a quella di Antonio Ghirelli e di Maurizio Barendson.
È l’ideologia della scuola giornalistica napoletana contro cui si batte invece Gianni Brera da sempre. È furibondo per la circostanza di averla vista entrare nel salotto buono, nelle redazioni di Milano. È il periodo nel quale dalle colonne del Giorno e nella rubrica L’arcimatto del Guerin Sportivo si inventa allora il soprannome di Partenope Sera per il Corriere di Palumbo. Avevano la colpa di credere che il calcio non fosse calcolo e opportunismo. Fu una feroce guerra ideologica che Palumbo e Gianni De Felice condussero poi dalla guida della Gazzetta dello sport.
Quel giorno Palumbo scrive un pezzo molto interessante e molto attuale. Non si può andare in Europa con la paura di perdere, dice, con la sola idea di contenere, con una formazione disegnata più per non prendere gol che per giocarsela. Palumbo vede nell’Inter una squadra che, di fronte al Real, ha rinunciato in partenza a una parte di sé. Herrera ha messo in mediano con il numero 11. Arrivare allo 0-0 fuori casa può anche avere un senso, ma solo se nasce da una partita vera, non da un atteggiamento rinunciatario. Il problema è che l’Inter, nella sua lettura, ha trasformato il “contenimento” in una specie di ideologia prudente, e ha perso. Come qualche settimana prima era successo all’Italia di di Edmondo Fabbri a Glasgow contro la Scozia.
“L’impressione è che il pubblico la pensi in tutt’altro modo, soprattutto quando gli zero a zero vengono realizzati contro squadre palesemente inferiori in fatto di tecnica e di abilità, squadre che avrebbero potuto essere contenute in modo ben diverso, o addirittura sopraffatte, se affrontate con un’impostazione di gioco più vigorosa”.
Amministrare una sconfitta o una mezza partita pensando già al ritorno, per Palumbo è una falsificazione del calcio, perché il calcio europeo, a quel livello, punisce chi si presenta per gestire. L’Inter non ha perso solo con il Real, ma ha perso con una vecchia abitudine italiana a scambiare la prudenza per sapienza.
Ma in questo spazio dove ci preme cercare nel ‘66 tracce del cambiamento e del vento sessantottino, il 15 aprile è un giorno storico per un altro motivo. Time esce con una copertina che lancia il termine di Swinging City per Londra. Swinging London è l’etichetta che sarà applicata a quel filo russo che unì i Beatles a Mary Quant, la musica alla modo, il cinema all’arte, la controcultura anti-nucleare alla liberazione sessuale.
Il pezzo di copertina di quel giorno, riletto sessant’anni dopo, colpisce per due ragioni opposte. Ha visto giusto e ha semplificato molto.
Ha visto giusto perché ha capito che in quel momento Londra era il punto in cui si stavano incrociando classi sociali, consumi, musica, teatro, cinema, giornalismo, pubblicità, moda, televisione. Una città che produceva immagini e stili, linguaggi e desideri, li produceva e li esportava.
Ha semplificato perché ha trasformato tutto questo in una festa continua, in un grande carnevale di libertà e soldi, giovinezza e inventiva. Una mitologia. Nella Londra del 1966 c’erano davvero energia, mobilità sociale, allentamento delle vecchie gerarchie, centralità dei giovani. Ma c’erano anche diseguaglianze, pose e un colonialismo culturale uscito dalla porta e rientrato dalla finestra. Un’enorme industria dell’immagine che il pezzo, in fondo, aiutava a vendere.
La formula Swinging London esisteva già, ma la copertina del Time la porta a livello planetario. Da quel momento in poi, Londra non è più solo Londra ma un modello e un’aspirazione. Un set mentale che tiene insieme i club, i fotografi, i registi, i pubblicitari, una nuova borghesia creativa. Tutto entra nello stesso racconto. È un pezzo che ha avuto una funzione storica perché ha aiutato l’egemonia culturale britannica degli anni Sessanta a riconoscersi e a farsi esportare.
Il pezzo del Time dice che Londra ha preso il posto di altre città-guida del secolo. Vienna, Parigi, Berlino, New York, Roma. Costruisce una genealogia delle capitali simboliche e mette Londra al vertice. La gioventù è diventata una forza storica. Non è più una semplice età della vita. La nuova élite londinese è under 40, spesso di estrazione lower middle class o working class, con accenti regionali esibiti e non più nascosti. Non solo i giovani consumano, ma cominciano a dirigere il gusto.
La cultura alta e la cultura popolare non stanno più in compartimenti separati. Il teatro e il pop, il design e la pubblicità, la vita notturna e i musei sono parti della stessa scena. Nel 1966 è una storia di portata gigantesca. Il Royal Shakespeare e la minigonna si tengono insieme. La vecchia Inghilterra non è sparita, ma si è piegata. L’establishment in parte prova a resistere, in parte si adatta, in parte si lascia colonizzare. La principessa Margaret, Buckingham Palace, Mayfair, i figli dei peer, il mondo del vecchio privilegio si mescola al nuovo gusto. Londra non diventa giovane distruggendo il passato, ma facendolo convivere con il presente fino quasi alla caricatura.
È una pezzo che anticipa il destino di Londra come brand globale, come luogo dove è fico abitare, dove è meraviglioso consumare un’esperienza e dove l’industria culturale trova il suo centro di gravità. Oggi ci sembra ovvio, ma nel 1966 non lo era. Non visto dall’America. Economisti e fotografi, pubblicitari e produttori esecutivi delle tv sono la nuova classe dirigente. Ma il Time anticipa pure un punto più ambiguo. La liberazione passa dal consumo. Il testo lega continuamente emancipazione e denaro, libertà e shopping, identità e accesso al mercato. È uno dei grandi paradossi della modernità: molta libertà reale è passata attraverso le merci, il look e le industrie del piacere.
Rimane l’idea che le città abbiano dei momenti in cui sanno intercettare un’onda, un umore, e condensano il tempo storico. Londra nel 1966 fu questo. La città in cui il presente sembrò accelerare. Sotto le minigonne e i capelli lunghi, c’era un allentamento della vecchia società di classe britannica, o almeno quella sensazione. In questa Londra, l’11 luglio sarebbero cominciati i Mondiali.
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