Il 10 aprile del’66 è una domenica, e i giornali stanno raccontando la convinzione di Mariano Rumor di abolire le correnti dentro la DC, l’uscita della Francia dalla NATO [“De Gaulle eversore” è il titolo dell’editoriale sulla prima del Corriere della sera], gli ultimi sviluppi della guerra in Vietnam.
Ma in questo spazio dove cerchiamo tracce di futuro e di cambiamenti, spicca sulla pagina culturale del Corriere un pezzo di Eugenio Montale che intuisce come la narrativa americana sia destinata a cambiare il mercato. Non sta arrivando solo come moda universitaria o come curiosità colta, ma come forza di riassetto del gusto e del mercato.
Arriva dopo una lunga stagione in cui il lettore italiano aveva già consumato, quasi saccheggiato, la grande miniera russa. I russi erano stati una scoperta morale e romanzesca, gli americani diventano invece anche una scoperta di mercato. Non sono la stessa cosa. I russi erano entrati come grandi maestri, gli americani entrano come una scuola. Non è una scoperta del 1966. Montale ricorda che una linea americana esiste da molto: Poe per il racconto nero e perfino per una certa idea moderna di macchina narrativa; Whitman per il verso.

È che adesso, sottolinea Montale, gli scrittori americani stanno entrando in Italia non più come eccezione, ma come massa critica. È un intero spazio culturale che si organizza. Montale scrive, più o meno, che l’americanistica italiana ha raggiunto un alto livello di serietà scientifica, e che un mercato del genere richiede strumenti critici nuovi, quasi un sapere specialistico, in una materia che “nessuna letteratura moderna, neppure quella nordamericana, fa presagire che sia prossima a una nuova Rinascenza poetica”. Qui c’è una sfumatura molto sua: da una parte riconosce la solidità del fenomeno, dall’altra non si lascia trascinare dall’entusiasmo. Vede l’importanza degli americani senza mitizzarli.
Il terzo nucleo è forse il più vivo oggi. Montale osserva che la narrativa contemporanea, anche italiana, cambia perché cambia il pubblico. È più largo, meno formato secondo i codici letterari tradizionali, più attratto da una lingua che prende anche dal cinema, dal giornalismo e dalla televisione. In questo quadro l’America conta moltissimo, perché offre forme narrative più veloci e più visive, più consumabili, più direttamente esportabili. Gli americani sfondano in Italia perché vengono studiati ma anche perché parlano meglio a un pubblico moderno, meno disposto alle vecchie lentezze europee. Arriva un altro modo di leggere, e quindi anche un altro modo di scrivere e di pubblicare.
“La narrativa come prodotto – scrive – ristagna per molte ragioni. S’è accennato alla dispersione operata dai tascabili, come ipotesi primaria. Se ne possono fare altre, più acute: la scoperta della produzione straniera nel dopoguerra ha rallentato la diffusione dei romanzi italiani, che hanno conquistato il mercato solo di recente. Il lettore si è trovato di fronte ad una miniera da sfruttare, con la foga del pioniere. Questo pubblico, grazie anche alla koinè televisiva, è cresciuto di colpo; nuovi lettori hanno acquistato all’improvviso l’interesse, ad un linguaggio ed a problemi inaspettati”.
TRUMAN CAPOTE
C’è un caso letterario che ha scatenato la riflessione. È uscito anche in Italia, rapidamente tradotto, A sangue freddo di Truman Capote, e Montale lo giudica “un ottimo romanzo, congegnato con tecnica d’alta precisione, condotto attraverso brevi capitoli che si alternano con ritmo perfetto, dosando l’azione e gli effetti. La storia del delitto (e come i due assassini furono scoperti, processati e impiccati) si fa doppiamente valida sul piano artistico: sia per la penetrazione psicologica, sia per la sottintesa polemica contro la pena di morte. Se ne riparla oggi soltanto perché Truman Capote dice e ripete che questo A sangue freddo appartiene ad un nuovo genere letterario, a una nuova forma d’arte: cioè il non-fiction-novel, il romanzo-non-inventato. Beato lui che, non contento d’essere un ottimo scrittore, si ritiene anche pioniere, nientemeno che l’iniziatore d’una nuova letteratura. Come prima cosa si può dire che almeno cento volte lungo la narrazione egli viene meno ai suoi intendimenti teorici. Voleva essere il relatore preciso, ma distaccato, di certi atroci avvenimenti e il descrittore esatto, ma neutro di personaggi realmente vissuti. Invece troppo spesso egli interviene con annotazioni demiurgiche, che sono proprie del romanziere vecchio stampo. E si può poi aggiungere che decine e decine d’altri scrittori, tramutandosi per un certo periodo in ricercatori di testimonianze e di documenti, hanno rievocato un fatto di cronaca nera cavandone una narrazione romanzesca. Se fossimo di memoria meno labile, più attenti e, forse, più abili nel montare avvenimenti di casa nostra, dovremmo ricordare che due anni fa Sergio Saviane con I misteri di Alleghe ci ha dato un ottimo esempio di non-fiction-novel”.
Nella stessa pagina, invece, Giuliano Zincone prova a spiegare lo spostamento del lettore. Dice che l’etnologia, la storia delle religioni, i trattati metodologici, perfino Lévi-Strauss in paperback, e dall’altra parte il boom della narrativa economica e del giallo, non sono fenomeni separati: ma il segno di un pubblico che cerca libri utili e leggibili, non più soltanto il romanzo da alta mediazione culturale. Quando scrive che il lettore “desidera oggi un prodotto certamente fruibile”, dice una cosa molto moderna: il libro deve servire e orientare.
“Le scelte del pubblico hanno motivi abbastanza precisi, che tenteremo di individuare. C’è l’esplosione delle edicole e dei pocket-books, innanzitutto: l’interesse del pubblico si diffonde in una quantità di rivoli e di richiami, da Sagan a Durrell e Pawson de Terrail. È difficile, con questa espansione di base, concentrare gli acquisti sull’opera nuova, com’era ancora possibile tre o quattro anni fa”.
“Il mercato, nel frattempo, è diventato più impaziente, scandisce più rapidi ritmi nelle scelte, per ovvie ragioni, di fronteggiare la richiesta di un livello costantemente elevato; si rifugia nei best-sellers del passato remoto o prossimo; propone al pubblico indirizzi nuovi come, appunto, la saggistica ad alto livello”.
È un pezzo un po’ severo, un po’ snob, ma lucido su una transizione: dal libro come oggetto di prestigio e durata al libro come bene più esposto alla logica del mercato.
La parte più discutibile è il riflesso implicito per cui questa trasformazione sembra quasi sempre una perdita. Su questo, Zincone resta un uomo del suo tempo: guarda il nuovo con interesse, ma anche con una certa nostalgia.
IL CALCIO
Quanto al calcio e alla serie A, l’Inter ha battuto per 2-1 la Spal in anticipo e “parte tranquilla per Madrid” titola il Corriere della sera. Deve giocare l’andata della semifinale di Coppa dei Campioni. Gino Palumbo dedica l’attacco del suo pezzo a Peirò, autore di una doppietta, la seconda in campionato appena alla settima presenza. L’Inter così allunga a +7 sul Napoli.
“Un giornalista arguto – scrive Palumbo – ha dato di Peiró un indovinata definizione: la «primula rossa» del campionato. E come il leggendario personaggio d’improvviso, irrideva i suoi nemici, li sconfiggeva e tornava a scomparire, imprendibile, così lo spagnolo di tanto in tanto rompe i suoi lunghi silenzi, esce dal suo nascondiglio, veste la maglia dell’Inter, piomba su un campo di calcio, vince una partita, e torna ad appartarsi. E si tratta sempre d’una partita importantissima o difficile; oppure, come stavolta, compromessa: una partita decisiva per la coppa, una partita delicata per il campionato. La primula rossa non spreca i suoi interventi. Da due anni Peiró interpreta nell’Inter il ruolo più difficile che possa toccare ad un calciatore: quello di tenersi sempre in forma senza giocare. pronto all’impiego nei momenti più imprevedibili, obbligato ad alimentare la sua carica agonistica in lunghe monotone attese. Peiró è il terzo straniero della squadra nerazzurra, ed il regolamento del campionato non consente d’impiegarne più di due per partita: cioè Suarez e Jair, che del modulo interista rappresentano pedine fondamentali. Taluni sostengono che Peirò possieda un ristretto limite di resistenza alla fatica, e perciò sia molto più adatto al saltuario impiego cui è costretto nell’Inter, piuttosto che alle logoranti fatiche di un intero campionato, come in ogni altra squadra da lui si pretenderebbe. Ma anche se il rilievo fosse esatto, resta inalterata per il giocatore la difficoltà di dover rendere al massimo ogni qualvolta scende in campo: chi gioca trenta o quaranta partite può anche permettersi di sbagliarne qualcuna: lui che ne gioca soltanto sette non può consentirselo. La primula rossa non può fallire i suoi bersagli: deve vincere sempre”.