Franco Esposito, pane e sport. Gli amori di una vita da inviato

Durante il lock-down, quando lo sport si era fermato, Slalom si mise a chiacchierare con quelli che lo sport lo avevano sempre visto dal vivo, e ne avevano visto tanto, mentre – nel dramma del Paese, del mondo – vivevano questa anomala astinenza dalla vita a cui si erano consacrati. Con Franco Esposito fu una chiacchierata lunga e bellissima, come tante, più di tante. Forse oggi serve a dire che giornalista è stato, che uomo è stato, a chi non lo ha conosciuto. 

 

[s]e devo dirla tutta
Lo sport da casa dopo averne visto tanto dal vivo

 

“I miei amori di una vita a pane e sport. Il calcio mi manca ma ha combinato guai”

 

Franco Esposito confessa la malinconia per questo vuoto e racconta gli anni da inviato. Con una parola d’ordine servita per intervistare Roberto Durán. 

 

Franco Esposito dice che dalla finestra di casa sua, nel centro di Grosseto, mentre parliamo si vedono due persone e quattro cani. Quando hanno riaperto le librerie ha fatto un gesto simbolico. «Sono andato a comprare un paio di volumi. Non ho capito perché le avessero chiuse, le piccole dico, non i megastore. Non è che ci sia la folla dentro, purtroppo. Ma ogni giorno sono sempre uscito a prendere i miei 4 giornali di carta».
I libri e lo sport sono i suoi due amori. Da ragazzo lavorava come libraio con il leggendario Tullio Pironti e sognava di scrivere. Ha seguito da inviato per il Mattino e il Corriere dello sport-Stadio 6 Olimpiadi, 5 Mondiali di calcio, 18 Milano-Sanremo, i Mondiali di ciclismo, di nuoto e dell’adorata pallanuoto. È stato con i suoi libri più volte premio Selezione Bancarella Sport e nel 2016 Premio Tosatti – CONI: una penna per lo sport. Ora al telefono dice di non provare imbarazzo nel pensare allo sport, nel desiderarne. 
«Anzi. Quando ne parlo mi libero da una specie di torpore. Io ho mangiato pane e sport, sport e pane. È dura, credimi, accettare che esistano solo le corse dei cavalli in Svezia e il campionato in Bielorussia. Mi sento orfano. Mi sento vuoto. Trovo che ci sia molta ipocrisia in tanti calciatori quando dicono la salute è prioritaria e poi parlano di tutt’altro appena si riaffaccia l’ipotesi di riprendere il campionato. Chiudere era la sola cosa da fare. Un provvedimento sacrosanto. È strano che si parli solo del calcio, mossi dai suoi interessi, e non di altri sport. Se disturba parlare di sport, perché si parla soltanto di calcio?».
 ➣ Trovi che il calcio abbia delle responsabilità?
«Di guai ne ha combinati. Dagli albori dell’epidemia. Il calcio è stato capace di giocare a porte aperte, a porte chiuse, di non giocare, di far viaggiare squadre. Lo scandalo più grosso c’è stato in Serie B, dove Chievo e Cosenza giocavano in posticipo il martedì sera mentre Conte era in conferenza stampa a chiudere l’Italia». 
 ➣ Tu non ricominceresti?
«Se parliamo di questo campionato, non saprei. Se lo sospendessero, forse alla gente non dispiacerebbe. Agli interessati sì, e lo capisco: alla Lazio, alla Juventus forse, mentre farebbe piacere a Cellino, a Ferrero, a Cairo che non ha alcun interesse a ripartire e col Torino teme di retrocedere. Se dipendesse solo da me, direi di no. Lascerei perdere. Troppi problemi. Se nel nuoto non possono allenarsi, come pensa di fare il calcio? Troveranno degli accorgimenti, forse, ma poi ci saranno le partite. Il virus c’era già, Juventus-Inter si giocava a porte chiuse, eppure al gol di Dybala c’è stata una montagna umana su di lui per esultare. Perché è normale, è giusto, ci si emoziona, ti fai prendere». 
 ➣ Stai guardando le vecchie partite? 
«A me manca molto il calcio di oggi, penso che sarebbe un sollievo dalla clausura. Ma se ne trovo di vecchie in tv occasionalmente, non ci faccio nemmeno caso. Molte le ho vissute dal vivo, da testimone. Capisco il problema di chi deve fare il giornale senza sport, capisco Sky, dove sono molto preparati. Ma con la testa e con il fisico siamo sull’epidemia, rispettosi di obblighi e disposizioni».
 ➣ E quando ne saremo usciti, secondo te fuori che cosa troveremo?
«Un futuro imprevedibile. Mi domando che cosa succederà all’attività giovanile. Penso agli americani. Hanno una base diversa, un’altra organizzazione, attrezzature, impianti. È la loro ricchezza. La produzione di campioni olimpici non finirà. In tempi brevi recupereranno. Noi faticheremo, dovremo ricominciare daccapo. In tutti gli sport, escluso il calcio. Avremo bisogno di alimentare i vivai, far crescere i giovani, fargli acquisire esperienze, farli viaggiare, mandarli in trasferta. Uno può pensare: chi se ne frega dinanzi a questa tragedia? Ma sarebbe sbagliato. Perché non si smette mai di immaginare un futuro. Questi discorsi prima o poi torneranno. A meno che il mondo non ne esca stravolto».
 ➣ Tu che ne pensi? Sarà davvero tutto diverso?
«L’altra sera in una tv locale, qui in Toscana, c’era in diretta un virologo che insisteva: cambierà il nostro stile di vita. Allora ho telefonato. Ho preso la linea. Dico: professore, scusi, ho seguito con attenzione. Lei dice che cambieremo, va bene, mi spiega nei dettagli? Lo dicono tutti che cambieremo, ma in che cosa consiste? Lui mi ha chiesto: lei viaggia? L’ho fatto per tutta la vita, gli ho risposto, se mi toglie i viaggi mi toglie tutto. Bene, mi fa, allora deve accettare l’idea che non viaggerà più. Ecco. Io invece credo che non sarà così. Se spariscono i viaggi, sparisce il mondo. I ristoranti saranno vuoti. Gli alberghi saranno vuoti. Ti pare possibile? Alcuni locali non riapriranno, ma il mondo non sparirà. Dall’isolamento usciremo o con le culle ripopolate o con la metà delle coppie separate. Immagino la tensione in certe case, lo stress permanente con i figli piccoli. Ma in un verso o nell’altro, ritroveremo un equilibrio».
 ➣ Gian Paolo Ormezzano ha fatto il conto delle volte che ha battuto un tasto su una macchina. Tu hai mai fatto il conto dei match di boxe che hai visto? 
«E come faccio? Il primo è stato nel ‘55. Feci filone a scuola con degli amici per andare a vedere una soubrette che si esibiva a mezzogiorno al Salone Margherita. Una ferrarese, Marcella Ruffini, famosa per un numero di rivista con dei nastrini sul seno. Si muoveva in un modo che i fiocchetti li faceva girare. Eravamo lungo la strada quando sentimmo uno schiamazzo dal cortile della sede della Partenope. Discutevano del sorteggio dei campionati campani di boxe dilettanti. C’erano tre match a mezzogiorno, il primo fra due pesi leggeri, Monaco e Di Capua. Mi appassionai e tornai i giorni appresso. Iniziai a cercare sui giornali le cronache dei match. Il Corriere di Napoli pubblicava quelli di Marciano ripresa per ripresa. Mi pareva di vederli. Io non lo sapevo mica che erano agenzie ANSA. L’ho imparato dopo. Che ti devo dire? Non lo so quanti ne ho visti in tutto. Centinaia di titoli italiani, europei, mondiali. Sono stato in America una trentina di volte solo per la boxe. Ho visto Leonard, Hearns, Tyson».
 ➣ Qual è stato il tuo campione preferito?
«Eh, Roberto Durán, Mano di pietra. Lo avevo visto nel 74 a Parigi che era un peso leggero, in una riunione organizzata da Rodolfo Sabatini e Alain Delon. Aveva vinto contro Tavarez in 4 riprese. Nel 1988 con Teo Betti, Mario Bruno e Dario Torromeo andammo a Miami per il match di Valerio Nati contro Zaragoza. Avevamo dei giorni liberi prima del match di Tyson ad Atlantic City. Così una sera chiamo Luis Da Cubas, il manager che aveva portato a Napoli Brunet per un match contro Oliva, e lo invitiamo a cena. Luis era il figlio di un dentista scappato da Cuba il giorno prima che Castro prendesse il potere. Si erano rifugiati a Miami. Solo che Luis stava partendo per Fort Lauderdale con tre pugili, ci ringrazia, niente cena, ma per ricambiare ci dà una soffiata. Dice che Durán si sta allenando in segreto per tornare. A Panama non può tornare perché è in rotta con Noriega, Arum e Don King lo braccano per i debiti, insomma ci dà l’indirizzo dove lo possiamo trovare. Per entrare serve una parola d’ordine. Ci dà pure quella. 
Al cancello c’è un tipo che non pesa più di 40 chili, magro come la fame, lo avevo visto all’angolo di Durán e lo avevo chiamato lo Smilzo. Ci apre e poi ci fa salire le scale, ce la fa scendere, ci porta in giri assurdi per farci perdere l’orientamento finché non finiamo in una stanza dove una ragazzina gioca con un videogame e non solleva mai la testa. Poi da una tenda sudicia, all’improvviso, esce lui. Assonnato, una barba di 15 giorni. Non dice nemmeno buongiorno. Dice: non parlo. Vi offro un tè, una bibita, quello che volete, ma non parlo».
 ➣ Fine dell’intervista.
«Ma quale fine. Aspetta. Lo guardo e gli dico: Roberto, io ti seguo da sempre. È vero che hai combattuto a Parigi con Tavarez? Sì. È vero che hai vinto alla quarta ripresa? Sì. Gli dico un altro paio di dettagli su quella sera, sulla sua carriera e lui allora scioglie. Ci ha dato un’intervista bellissima sul suo ritorno. E alla fine ci ha detto: attenti a Kalambay è forte, va a ganar il titolo». 
 ➣ Tu lo sai che stai parlando di un mondo perduto. Un giornalismo sportivo che non c’è più. Il tuo primo pezzo te lo ricordi? 
«Certo che lo ricordo. Era su pugile che oggi ha quasi 90 anni. Se non ci fosse stato il virus, la sua vita sarebbe stata portata in scena al Napoli Teatro Festival. Si chiama Tonino Borraccia. È tuttora l’unico pugile italiano ad aver combattuto più di una volta negli Stati Uniti senza perdere mai. Sette incontri, sette vittorie. Aveva uno stile molto americano, un ufficiale della NATO lo aveva visto in palestra e gli aveva chiesto: ma qui che fai? E lui: me moro ‘e famme, muoio di fame».
 ➣ È l’ufficiale che lo manda in America?
«Tonino era dei Quartieri Spagnoli. Ha imparato un poco di slang americano perché accompagna i marinai che sbarcano dalle signorine. L’ufficiale allora gli mette in tasca un biglietto per l’Andrea Doria e gli dice che all’arrivo a New York gli farà trovare delle persone che lo porteranno a Philadelphia. Tonino era fidanzato con una danese conosciuta in tournée con la nazionale. Connie era appena arrivata a Napoli. Lo seguì in Lambretta fino al porto e lo vide partire».
  ➣ In America che succede a Tonino?
«Gli presentano Frankie Garbo che gli dà 500 dollari e gli dice di tornare il giorno dopo alle cinque, che col suo vecchio manager hanno già sistemato tutto e adesso ci pensa lui ai match da vincere. Una mattina esce per il footing e all’edicola sotto casa vede le prime pagine con la notizia dell’arresto di Frankie Garbo e Carmine Graziano. Questa è la storia di Tonino che finì nel mio primo articolo».
  ➣ Raccontami come.
«Giorgio Bellani, telecronista della RAI, aveva una rivista: Il Campione. A me piaceva molto come scriveva. Un giorno lo incontro e gli dico che mi piacerebbe fare il giornalista, gli lascio il nome, l’indirizzo. Mi pare che abbia solo voglia di togliermi di torno. Invece dopo 20 giorni mi arriva un biglietto a casa, come una partecipazione a un matrimonio. L’amico Bellani – c’è scritto – mi segnala che eccetera eccetera, venga a trovarmi in redazione a Il Mattino. Firmato Gino Palumbo».
  ➣ Gulp.
«Vado e lo trovo in tipografia, con un paio di bretelle indimenticabili. Stava impaginando. Io me lo facevo un gigante di uno e 80, invece me lo trovo davanti bassino, rossiccio. Parliamo e mi dice di preparare un articolo di prova, non lungo, 60-70 righe. Mi chiede: conosci Piero Rollo? Come no, il campione europeo dei pesi gallo. Bravo, mi fa, tieni presente che se scrivi di Rollo, io non voglio sapere se è un picchiatore o uno stilista, se ha vinto 8 match o 40, voglio sapere il padre che fa, se ha dei figli. Tu capisci? Sono i discorsi che senti fare ancora oggi ai capiredattori. Quando ti chiedono: le storie».
  ➣ E tu gli porti il pezzo su Borraccia. 
«Sì, perché alla palestra Partenope avevo sentito che di ritorno dall’America si stava preparando per un match. Io lavoravo in libreria da Tullio Pironti, chiudevo alle 8 e andavo al giornale fino alle 11 di sera. Non mi interessava tanto essere assunto, volevo scrivere, avevo una rubrica il lunedì per il Corriere di Napoli, che era un giornale del gruppo. Ero alla stessa scrivania di Antonio Corbo, che nel frattempo Ghirelli voleva al Corriere dello sport. Ogni tanto Ghirelli gli commissionava di nascosto pezzi in giro per l’Italia. Antonio doveva allontanarsi. Ma aveva una spalla meravigliosa in Mario Siano, fotografo eccezionale. Siano tornava dal campo d’allenamento e metteva le foto sulla scrivania del capo. In mezzo al mucchio ne faceva scivolare una in cui Antonio compariva a bordo campo alle spalle di Zoff in tuffo. Il capo la guardava e diceva: bravo, stu guaglione è sempre presente. Il problema si pose ad aprile. Perché Antonio nella foto aveva il cappotto». 
 ➣ Come facciamo a finire? È impossibile. Dimmi qualche titolo di libri di sport da rileggere a casa in questi giorni. 
«Andiamo sui Classici. Fuori dallo sport ti direi Montalbán, Sepúlveda, Markaris, Barreau. Sicuramente Open di Agassi, ma dovrei dire di Moehringer, che amo insieme a Carver. Di Moehringer anche Il campione è tornato: su Bob Satterfield. La Oates. Poi Soriano, Galeano, in italiano gli articoli di Gianni Mura e La fiamma rossa e Ischia. Il ciclismo e la boxe sono gli sport più belli di cui scrivere. Sport poveri, si fanno tra la gente».
E tu stai scrivendo?
«Sta per uscire un libro su Sandro Campagna, il cittì della Nazionale di pallanuoto, e dopo comincio a scriverne uno su un viaggio fatto negli Stati Uniti nel 1987. Ventuno Stati in 28 giorni. L’America di quei tempi. Le immagini, i paesaggi, la gente. Le palestre. Le università. Gli incontri casuali con Art Garfunkel e Little Richard, la visita alla tomba di James Dean, Bob Beamon. E una storia d’amore. Il mio ventesimo libro. Il ventesimo e l’ultimo».
L’ultimo? Perché dici l’ultimo?

«Perché basta così».


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