Al suo primo giorno da allenatore dell’Inter, stadio di Vicenza, Mircea Lucescu tolse Taribo West e quello uscendo gli tirò la maglia sulla faccia. Nelle settimane in faccia si prese un no di Djorkaeff, invitato a uscire per un cambio, e si dice pure un pugno durante una rissa nello spogliatoio, sedata secondo le leggende metropolitane da Diego Simeone. Che razza di rissa brutale dovesse essere, per finire sedata da Simeone, si può soltanto immaginare. Dopo 15 partite e sei perse, dopo uno 0-4 a Marassi, Mircea si presentò da Massimo Moratti e si dimise. Moratti chiamò l’amministrazione e dispose che fosse comunque pagato fino a luglio. Lucescu non lo ha mai dimenticato.
«Il giorno che arrivai all’Inter, davano la Panchina d’oro a Gigi Simoni. L’ambiente – raccontò molti anni fa a Luigi Garlando – non mi ha mai perdonato il fatto di essere il suo successore. Io, un romeno. Quando poi Lippi diede le dimissioni alla Juve, io non contavo più nulla. Ero un semplice traghettatore». Ma era felice che Moratti gli riconoscesse di essersi divertito con i 20 gol nelle prime quattro partite a San Siro e soprattutto perché «avevo 3 difensori e 7 attaccanti; Baggio, Djorkaeff e Pirlo che facevano le stesse cose».
È stato un allenatore di lunga durata e di grande elasticità, uno che ha saputo restare sé stesso cambiando paesi, contesti, lingue calcistiche e perfino sistemi politici. Non è stato il tecnico di una sola idea scolpita nel marmo, come possono esserlo i grandi fondatori di scuola. È stato un modernizzatore mobile, uno che portava ordine, cultura del lavoro, e poi adattava tutto al materiale umano e al luogo in cui si trovava.