Perché World Athletics la stacca dai Mondiali di atletica
Centotrent’anni meno tre giorni dalla prima corsa olimpica di 42 km vinta da Spiridon Louis, quella senza donne al via, anche World Athletics ha preso un evidenziatore giallo e ha tirato una riga sulla gara più ammantata di leggenda. La federazione mondiale di atletica leggera ha deciso che la maratona resterà ai Mondiali del 2027 e 2029, poi avrà un campionato del mondo tutto suo dal 2030, e dal 2031 tutte le prove su strada usciranno dal programma. La candidatura guida per la prima edizione è Atene, un dettaglio che racconta molto dell’idea.
La maratona non è più solo ’atletica. È diventata un ecosistema culturale, commerciale e popolare che vive di vita propria. Ha grandi città, grandi masse e un turismo sportivo. Quelli bravi direbbero che ha uno storytelling privato e una community globale. Ha sponsor dedicati e amatori che si sentono parte dello stesso rito dell’élite. Hanno comprato le stesse super scarpe non solo per conoscere i propri limiti, non è vanità, ma bisogno di appartenenza. È militanza.
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Il runner della domenica ha una prossimità simbolica con il campione, la campionessa, i detentori dei record mondiali della distanza molto più intimo di quello del tennista del circolo con Roger Federer. Perché partecipa alle sue stesse gare. Parte dopo, ma la gara è la stessa. Calpesti il ponte di Verrazzano come Kiprotich a New York e arrivi alla John Hancock Tower in Copley Square di Boston come Hellen Obiri. Il runner è l’amatore meno dilettante che ci sia. Investe tempo, corpo e disciplina. Si alza all’alba prima di andare al lavoro, cerca un percorso ogni volta che è lontano da casa. Perciò vuole strumenti all’altezza. È il grande motivo per cui le super scarpe non sono state messe al bando come i costumoni in poliestere. Non andavamo al mare o in piscina con quelli. Le super scarpe invece le avevano ai piedi 22 mila persone già alla maratona di Londra di tre anni fa.
La maratona parla a un popolo che mescola mescola ascesi e consumo. Da una parte c’è la disciplina più essenziale, quasi puritana, quella che Abebe Bikila vinse da scalzo. Dall’altra c’è la corsa diventata un linguaggio sociale, un posto dove riconoscersi e sentirsi uniti. È per queste che le persone vogliono tornare almeno una volta a Boston, se hanno corso quella famosa maratona dell’attentato. È per questo che Valencia non cancellò la corsa dopo le devastazioni di Dana e 222 morti. Rialzarsi, correre, andare al traguardo.
Certo, la maratona che esce dal programma dei Mondiali si scontra stamattina con l’irritazione dei puristi. La sacralità violata. Sfilarla dal programma sembra la rimozione della cupola da San Pietro. Ma non è colpa di World Athletics. È che ogni innovazione, prima ancora di sapere se sia buona o cattiva, ci tocca nell’ordine delle abitudini. Abitudine è la parola che diamo alla forma del nostro orientamento. È una piccola geografia interiore. Sai dove sono le cose, come si chiamano, che faccia hanno. L’innovazione arriva e sposta i mobili.
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Più avanti negli anni, il fastidio si avverte di più. Non per una colpa anagrafica, ma perché cresce il peso di ciò che abbiamo visto funzionare. Siamo meno impressionabili e più esigenti. Non basta che una cosa sia nuova per portarci lo stupore bambino. Deve dimostrare di meritare il posto della vecchia. E siccome molte innovazioni si presentano con una retorica sciocca — inevitabile, fantastica, rivoluzionaria — il primo impulso è di diffidenza.
Il Mondiale autonomo della maratona si strofina contro le nostre scottature, contro la consapevolezza che lo sport insegua ormai il cambiamento solo per aprire nuove superfici di vendita. È così diffusa la pratica che non riusciamo neppure più a fargliene una colpa. È quasi più una logica interna. Se una disciplina cresce e si espande, prima o poi arriverà la moltiplicazione dei formati, fuori dal vecchio circuito poetico di quello sport. Il fascino della maratona dentro i Mondiali stava anche nel contrasto con lo sprint. La corsa più lunga e quella più breve nello stesso posto. Una prova di resistenza quasi ottocentesca dentro un grande circo moderno.
Ma forse stavolta è diverso, forse la maratona merita di essere riconosciuta come una disciplina-mondo, un genere sportivo a sé. Il 2024 è stato il suo anno. Anzi: l’anno di chi la corre. Nel mese di aprile a Parigi è stato battuto il record di partecipazione che apparteneva dal 2019 a New York: 54.175 contro 53.627. Solo che da allora è stato battuto altre volte: a Berlino [54.280] e poi di nuovo a New York [55.646]. La corsa non è più un dominio esclusivo dei super-snelli di tipo A, come ha scritto il Wall Street Journal per analizzare il boom. La distanza di 42 km ha attirato runner di tutte le taglie e tutte le velocità, e adesso sta arrivando la Gen-Z. La quota di maratoneti tra i 20 e i 24 anni è cresciuta da circa il 5% del totale all’8% negli ultimi tre anni, secondo le statistiche tenute dalla federazione americana. Del resto, ha scritto il WSJ, “la corsa si basa sui boom. Negli anni ’70 la prima esplosione portò le persone a fare qualcosa che chiamammo jogging. Nel 1994 Oprah Winfrey ha corso la Marine Corps Marathon, spingendo milioni di donne a provarci, a inondare le mezze maratone e altre gare”. Adesso il nuovo design delle scarpe, il tacco, la schiuma, le suole ammortizzate con la morbidezza di un marshmallow hanno ampliato la pratica. L’altro evento decisivo, secondo il WSJ, è stata la pandemia che “ha spinto i lavoratori impazziti dentro casa a cercarsi esercizi che potessero fare da soli e all’aperto. Molti hanno iniziato a correre”. Il giornale americano fornì tempo fa anche alcune cifre sulla penetrazione dei diversi marchi sul mercato.
Buona fortuna, allora, Sorella Maratona. Va’ dove ti porta il passo. Funzionerà se World Athletics riuscirà a darle una regia alta, i luoghi giusti e un immaginario forte. La prima edizione nella città di Atene è un bel segno. C’è poesia nella scelta di iniziare dalle stesse strade di Spiridon Louis.
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