Diario del ’66 – La musica beat dei capelloni entra nelle chiese

 

Il 28 aprile del ‘66 è un giovedì, e i giornali stanno riferendo la visita di Gromyko a Paolo VI. L’udienza è durata 45 minuti. Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sullo sblocco graduale dei fitti: dal 1° gennaio andranno a regime libero solo gli appartamenti con 4 vani. All’università di Roma, durante le elezioni dei rappresentanti, ci sono stati disordini provocati da gruppi fascisti. Paolo Rossi, studente di architettura, morirà per le conseguenze dell’aggressione a colpi di bastone, con la benevola neutralità della polizia” scrive L’Unità in prima pagina. La facoltà din Lettere viene occupata.

Oltre a Gromyko, dalla Russia è arrivata in Italia anche la squadra di Coppa Davis. A Bologna deve sfidare l’Italia di Pietrangeli e Tacchini, ma al posto di Metreveli – che ha appena vinto il torneo di Napoli in finale su Merlo – l’URSS fa giocare il giovane Ivanov. Il motivo: vogliono perdere per non dover affrontare il Sudafrica al turno successivo. I due paesi non hanno rapporti. Dieci anni ancora e arriveremo a Italia-Cile di Santiago.

Ma il pezzo di futuro che si rintraccia nelle cronache del giorno arriva dall’Aula borrominiana dell’oratorio di San Filippo Neri alla Vallicella, dove duemila persone cercano di entrare alla Messa dei giovani, il primo rito liturgico beat. È un’idea ispirata dalle innovazioni del Concilio Vaticano II. Il maestro Marcello Giombini, autore di alcune colonne sonore per i western all’italiana, si è messo a scrivere canzoni religiose con sonorità contemporanea insieme con il paroliere Giovanni Scoponi. Il consulente ecclesiale è padre Gabriele Sinaldi, un domenicano, docente universitario.

Per l’esecuzione sono stati ingaggiati i Barritas, Angel and the Brains e The Bumpers. Il canto liturgico e l’animazione delle cerimonie cambieranno per sempre. La Messa diventa un album. Nascono etichette discografiche religiose. I protagonisti dell’Aula borrominiana sono invitati in tour a Londra, a New York, a Parigi, in Giappone. Ma quel giorno sono ancora “un audace esperimento” come titola la Stampa.

Filippo Pucci scrive che si sono dati appuntamento “zazzaruti e capelloni”, mentre “buona parte del pubblico che ha assistito era formato di ragazzi e ragazze, alcune delle quali anche con le gonne ben sopra le ginocchia, secondo l’ultima moda. Per lo più si trattava di amici degli esecutori, che a ogni attacco venivano salutati da applausi, stridule urla femminili e fischi prolungati all’americana”.

La cronaca si rasserena solo quando riferisce che il professor Tommaso Federici del Pontificio istituto liturgico “ha messo in risalto che la Messa dei giovani non vuole essere rivale della musica sacra nelle chiese, ma è fatta di musica leggera e non altro”.

Da sinistra se ne occupa anche il quotidiano del PCI. L’Unità riferisce che “su un Alleluja, fortemente battuto dalla grancassa, si scatenano applausi a scena aperta. Tentativi di ballo, come si è detto, mentre la febbre cresce, il sudore anche. Padri con registratori portatili sono dappertutto. E successivamente, quando arriva il momento del dibattito, sacerdoti in nero, in bianco, in bianco e rosso, si avvicinano alla pedana, fremono, hanno molte parole sulla lingua. L’Unità chiude così: Il lettore, ora, potrebbe chiedere un giudizio nostro. Francamente, è difficile. È difficile per la stessa Chiesa, figuriamoci… Certo, l’idea di trasformare le centinaia di chiese romane in altrettanti Piper non è una prospettiva entusiasmante.

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