
Il primo uomo sotto le due ore nella maratona sono due, ma lo dimenticheremo presto, quasi non ci abbiamo fatto caso. Da ieri sappiamo tutto, quasi tutto, di Sabastian Sawe, delle sue Adidas Pro Evo 3 da 96 grammi, della sua etnia Kalenjin, della sua disponibilità a sottoporsi a controlli antidoping più severi da molti mesi a questa parte. Ma su Yomif Kejelcha ci siamo informati molto meno. Eppure, nessun uomo prima di ieri aveva mai ottenuto quello che è riuscito a lui. Davanti a Buckingham Palace, quel posto dove conoscono la legittimità dei sovrani e il senso delle eredità, Kejelcha ha fatto una cosa che apparteneva più alla fantascienza che alla cronaca. Solo che l’ha fatta undici secondi dopo un altro uomo. Undici secondi su 42 chilometri sono poco, quasi niente, ma nella memoria dello sport saranno un continente.
È qui che vive la grandezza strana, quasi dolorosa, della corsa di Kejelcha. È entrato nella storia dalla porta laterale. Ha corso sotto un limite che per decenni ha definito l’immaginario della maratona, ha demolito il precedente record del mondo di Kelvin Kiptum e lo ha fatto addirittura al debutto sulla distanza. Non aveva mai partecipato a una maratona. Però il titolo, quello asciutto e definitivo, non sarà suo. Non racconteremo abbastanza che è etiope, appartiene all’etnia Oromo e la sua lingua è stata fondamentale per lui, specialmente durante il trasferimento negli Stati Uniti, dove ha trovato supporto in Sifan Hassan, la rifugiata con passaporto olandese. Non racconteremo che è il quinto di nove figli e che in nona classe, l’equivalente all’inizio delle nostre superiori, decise di abbandonare la scuola per correre. Contro la volontà del padre. Non racconteremo neppure che questa scelta portò a una rottura temporanea con la famiglia e alla sua espulsione da casa. Riuscì a tornare grazie alla mediazione della madre, dopo aver ottenuto i permessi per tentare l’ingresso nella polizia. Si è trasferito a Portland per allenarsi con il Nike Oregon Project, ha affrontato inizialmente grandi barriere linguistiche, non parlava inglese, lo ha imparato. Ha descritto i primi mesi negli USA come un periodo di grande sofferenza fisica e di nostalgia, superati solo vedendo i progressi al cronometro.
C’è qualcosa di molto atletico e molto umano in questa sproporzione tra la sua impresa e il nostro riconoscimento. La maratona sotto le due ore era una soglia simbolica. E le soglie simboliche non ammettono coabitazioni. Le attraversa uno per primo, gli altri vengono dopo, anche se dopo significa solo undici secondi.
È una faccenda che meglio di tutti ha trattato Jorge Valdano nel suo incantevole libro Le undici virtù del leader, per confutare la colossale scemenza che il secondo è il primo dei perdenti. Racconta di una visita del viceministro dell’Istruzione argentino in un’aula scolastica, una visita durante la quale disse ai ragazzi che nessuno ricorda il nome di chi mise piede in America dopo Cristoforo Colombo, e ne rideva, e intorno a lui il codazzo prese a ridere allo stesso modo, per l’imbarazzo di Valdano. Finché un ragazzino in fondo all’aula alzò la mano e disse che invece no, diamine, lui quel nome lo sapeva, era stato Francisco Martín Pinzón. Non era stato il secondo a mettere piede in America dopo Cristoforo Colombo, ma il primo nella storia tranne uno.
Anche il nome di Francisco Martín Pinzón è giunto fino a noi. Com’è giunto fino a noi il nome di Buzz Aldrin, che non mosse il primo piccolo passo per l’uomo ma grande per l’umanità come Neil Armstrong, eppure è stato lui – non Neil Armstrong – a finire dentro Toy Story ispirando il personaggio di Buzz Lightyear. In un gioco di meravigliosi rimandi, il vero Aldrin si sarebbe poi impadronito della frase più famosa del pupazzo, Verso l’infinito e oltre.
Kejelcha è Aldrin. Non ha camminato su una Luna minore. Kejelcha è Pinzón, l’altro, ma non per colpa sua. È che la storia ama comprimere le cose complesse in un nome solo. È più comodo e più didattico. È Trivial Pursuit. Però è quasi sempre falso, o almeno mutilato.
Kejelcha racconta perfino meglio di Sawe il cambio d’epoca. Sawe è la copertina, Kejelcha è la prova che il muro non è caduto per un miracolo isolato, ma perché il livello della disciplina si è spostato. È cambiata la mappa del tesoro. Kejelcha porta con sé un fattore tecnico molto interessante. È arrivato dalla pista, dal mezzofondo lungo, dai 3000, dai 5000, dai 10.000, da un modo diverso di gestire lo sforzo. Nel suo 1h59’41” c’è una trasformazione. Non sarà il primo, ma non è neppure “l’altro”. Il secondo è spesso più del primo quello adatto a mostrarci che l’impresa non è un’apparizione isolata, ma una soglia nuova. Undici secondi cambiano la natura dell’impresa? Tecnicamente sì, nella classifica. Simbolicamente sì, nei libri. Umanamente no. Fisicamente no. Storicamente, forse, ma dovremmo cambiare noi.
La nostra ossessione per il primo nasce dal bisogno di formule che stanno in una riga. Lo sport è pieno di righe negli albi d’oro e nella progressione dei record, ma procede anche per onde. Il primo è l’onda alta, il secondo ci dice che sotto c’era il mare. Forse un secondo porta con sé una forma di verità più malinconica. Ha fatto quasi tutto quello che ha fatto il primo, ma senza ricevere la stessa eternità. È vicinissimo all’assoluto e insieme ne viene escluso. Ma Aldrin, Pinzón o Kejelcha ci ricordano che la gloria non coincide sempre con la grandezza.
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Il primo uomo sotto le due ore nella maratona sono due di Lo Slalom
Dove si legge del muro abbattuto non solo da Sabastian Sawe ma pure da Yomif Kejelcha, il Buzz Aldrin della maratona
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