Diario del ’66 – Come cambia l’Italia con una lavastoviglie

Il 16 aprile del ‘66 è un sabato, e la putecarella dell’unificazione tra PSI e PSDI non è ancora finita. Adesso i giornali raccontano che i due partiti si sono dati appuntamento alla settimana ventura. La mutua, i medici e il governo sono in tensione dopo la nuova ondata di scioperi proclamata e prevista. Aldo Moro fissa incontri e vertici a Palazzo Chigi, dalla terza pagina del Corriere della sera  Piero Ottone grida una verità: Sta per nascere una nuova Italia ma i politici quasi non se ne accorgono

Ottone non argomenta più di tanto, ma proprio perché il pezzo è tale, doveva trattarsi di un sentimento ormai comune e assodato. Scrive: Oggi siamo diventati un Paese più serio. Stiamo crescendo. Enrico Mattei non c’è più: anche se ci fosse, non potrebbe comportarsi come allora. Un altro Giuffrè sarebbe impensabile. La Pira e Lauro sono politicamente finiti, e le loro gesta sembrano ormai remote. I grandi feudatari, come alla fine del Medio Evo, sono scomparsi. Ma non facciamoci illusioni: non è stato il potere centrale a eliminarli. Si sono ritirati dalla scena, e non sono stati sostituiti da altri, per la semplice ragione che la società, grazie a un processo di maturazione, non favorisce più i feudi autonomi e indipendenti. Gli italiani sentono ormai il bisogno di vivere in una comunità ordinata e armoniosa, con un certo grado di collaborazione fra tutti gli elementi che la compongono. Le due Inghilterre di Disraeli si sono saldate insieme: allo stesso modo, le varie Italie che sono esistite fino a ieri aspirano a fondersi in una nazione sola. Il momento è dunque favorevole, a un secolo dall’unificazione, per fare davvero l’ltalia. Bisogna però stare attenti a non lasciarselo sfuggire. Editoriale di Slalom: Ehm. Fine dell’editoriale.

È alla Fiera di Milano che si incontra un pezzo di futuro che passa in anticipo sul Sessantotto, Isa Vercelloni, ancora sul Corriere della sera, va a fare “una passeggiata fra le tentazioni” e racconta le ultime novità tecnologiche da cui dovrebbe sentirsi attratta una donna del 1966 [una donna – lo dice lei]. 

“In cucina non potrebbe mancare il cuoco elettrico, inalberato a mezza altezza, fra l’armadietto pensile e quello a terra. Si tratta di un forno provvisto di temporizzatore e di termostato, così da cuocere arrosto, torta e souffle mentre la signora è fuori, e giusto in tempo per farglieli trovare pronti quando rincaserà all’ora di cena. Sul fornello a gas, intanto, funziona il cuoco automatico, una bella pentola trasparente con un mescolatore elettrico incorporato nel coperchio. Ogni fornello avrà il suo piatto metallico austriaco che, interposto tra la fiamma e qualsiasi pentola, fa risparmiare gas, evita che i cibi si attacchino o brucino e che i liquidi trabocchino prendendo il bollore. E c’è persino la macchina per lavare la verdura, per ora riservata ai ristoranti e alle comunità numerose, dato che in un’ora ne lava sino a settecento chili. Ecco poi, per chi ama la cucina casalinga con le vecchie ricette di famiglia, la nuova raviolatrice per uso domestico, di piccole dimensioni, che permette di confezionare senza fatica e in pochi minuti centinaia di ravioli freschi e genuini. Nel guardaroba, chi non ha ancora la stiratrice (una ditta tedesca ne presenta una provvista di sollevamento automatico della conca) prenderà almeno il panno da stiro metallizzato che, riflettendo il calore, permette un risparmio del cinquanta per cento sul tempo e sulla corrente; e il ferro a vapore che stira perfettamente”.

Ma il colpo grosso lo racconta Lucia Sollazzo, ed è quest’attrezzo che oggi ha genere femminile, ma nel 1966 genere maschile. Il lavastoviglie. Dopo una serie di considerazione sui motivi per cui si compra un elettrodomestico al sud oppure al nord [“il momento favorevole per fare davvero l’Italia” diceva Ottone], il Corriere testimonia che “nell’anno di recessione 1964 e poi nel 1965, è stato l’unico elettrodomestico ad aver avuto un mercato anche interno veramente brillante: contro le 511 mila lavatrici del 1962, stanno le 930.000 del 1963, le 1.264.000 del 1964. Si calcola che alla fine del 1964 su 100 famiglie italiane 18 possedessero una lavatrice e che nel corso dei prossimi tre o quattro anni, saranno in 40 a possederla. Nel Nord d’Italia il consumo di elettrodomestici ha caratteristiche di normalità ormai affermata. Sono oggetti indispensabili come gli impianti igienici, sarebbe oggi la loro mancanza a farsi avvertire, la loro presenza è scontata. Sono sentiti come strumenti per un’organizzazione nuova della vita domestica, capaci di far utilizzare alle donne il tempo per la loro elevazione sociale, ristabilendo l’equilibrio in seno alla famiglia. La gerarchia degli elettrodomestici per un operaio bolognese di trentadue anni, è questa: frigorifero, lavatrice, televisore. È stato lui a portare la lavatrice in casa. Le donne dapprima erano incerte, ora nessuno gliela toglierebbe pii. Nelle famiglie a livello sociale medio la lavatrice è il primo elettrodomestico comprato dopo il matrimonio, quasi sempre alla nascita del primo figlio. Gli altri elettrodomestici vengono regalati proprio come doni di nozze, la lavatrice invece non è ancora inclusa nell’elenco dei doni: forse per il suo prezzo, forse perché ritenuta meno indispensabile d’un frigorifero. 

Figuriamoci il lavastoviglie. In genere – registra il Corriere – c’è quel certo sospetto che un tempo era riservato alle lavatrici. Del resto sono ancora ingombranti e in via di perfezionamento e mentre le donne di servizio non rimangono in una casa se non vi trovano la lavatrice, sono ancora disposte a rigovernare. Le persone più umili diranno che il lavastoviglie rompe i piatti, per resistenza atavica; gli altri che mascolinizza la donna. In vetta quello di lavare i piatti è l’ultimo baluardo dell’immagine tradizionale della donna, prima che sia completo per ogni lavoro domestico il già nutrito elenco di bottoni. Ma ogni generazione fa uno scatto verso l’automazione: e fra poco anche il lavastoviglie sarà in prima linea nell’aspirazione della donna.

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