
Il 7 aprile del ‘66 e un giovedì, e i giornali stanno mettendo in prima pagina la notizia di un reattore russo precipitato nel settore inglese di Berlino. Quattro ufficiali di Mosca che volevano avvicinarsi al relitto sono stati respinti dai militari. Al congresso di Mosca, alla vigilia delle votazioni per l’elezione del segretario, diversi delegati attaccano Kruscev durante la discussione sul nuovo piano quinquennale illustrato da Kossighin.
Il futuro che si affaccia, le tracce di cambiamento prima del Sessantotto, oggi sono a pagina 10 e 11 de L’Unità, dove una nuova rubrica promette di raccontare l’Italia industriale nuova, raccontare ai ragazzi che il paese sta cambiando faccia, e che quel cambiamento non passa solo per le grandi città visibili o per la politica, ma per i porti, la chimica, l’energia, le zone che fino a poco prima sembravano periferiche e che invece stanno diventando centrali. C’è un’Italia, insomma, che non coincide più con quella tradizionale e monumentale, l’Italia agricola o artigianale, e bisogna imparare a guardarla.
La prima puntata dedicata a Porto Marghera, messa accanto a Venezia, serve perfettamente allo scopo. Mostra un contrasto in modo quasi teatrale: da una parte la città storica, dall’altra gli impianti, le ciminiere, i serbatoi, le navi, i prodotti chimici. Il pezzo sembra dire: anche questa è ormai Italia, e forse è la parte che sta crescendo più in fretta.
È un’Italia di trasformazione materiale, prima di tutto. Un’Italia che sposta merci, crea lavoro e paesaggi nuovi. C’è dentro molto ottimismo industriale, quasi fiducia spontanea, l’industria viene presentata come una forza che organizza il territorio, crea funzioni e cambia la scala della vita quotidiana.
Mario Passi racconta: “Porto Marghera, è sorta intorno al 1930. In quarant’anni alcuni industriali avevano già ottenuto dallo Stato le concessioni per utilizzare le acque dei fiumi della vicina montagna veneta allo scopo di ricavare energia elettrica. Nel bellunese, nel Friuli, diede il via una serie di opere e di impianti idraulici che le centrali producevano milioni di chilowattore di energia. Una parte di questa energia elettrica fu impiegata allora in alcune fabbriche da far sorgere sulla terraferma di Venezia, ai margini della Laguna. L’idea originaria di crearle di collocare le grandi industrie per la lavorazione delle materie prime lungo la costa, dove possono attraccare navi che scaricano appunto le materie prime e caricano i prodotti finiti e semilavorati”.
E ancora: “Così, distanziata da un braccio di mare di pochi chilometri regolato dal magico equilibrio idraulico della Laguna, proprio di fronte all’inarrivabile gioiello architettonico di Venezia, venne sorgendo un’altra città: una città non più fatta di marmi e di case di cotto allineate lungo il corso capriccioso dei rii o addormentate attorno ai campielli, ma stellante di ciminiere, di strutture metalliche, distese sulle erbe sapone cilindriche dei depositi di petrolio e di benzina”.
Non è solo celebrazione cieca. L’Unità pare voler abituare lo sguardo a un’Italia meno ovvia. È un reportage molto interessante perché prende sul serio luoghi che in molta cultura italiana del tempo restavano laterali o addirittura sgradevoli, trattandoli come luoghi decisivi per capire il presente. Il giornale del PCI prepara il terreno a tutto quello che verrà dopo, al dibattito sulla grande industria e la modernizzazione, sulle città che si allargano, sul Nordest, sulla fabbrica come forma di vita oltre che di lavoro.
Il secondo spunto è più sottile, ma non meno interessante. Passi scrive della convivenza difficile tra bellezza storica e sviluppo industriale. Porto Marghera accanto a Venezia è una domanda aperta: quanto può crescere la nuova Italia senza ferire la vecchia? È una domanda che negli anni dopo diventerà molto più dura, e curiosamente si sovrappone quel giorno a un’inchiesta del Corriere della sera che racconta dell’arrivo in Italia di 25 milioni di turisti stranieri nel 1965. Che cosa vengono a fare – si domanda il giornale milanese – che cosa cercano in Italia?
L’Unità del ‘66 si ferma sulla soglia della descrizione e della spiegazione del cambiamento. Non è ancora un tema l’inquinamento, né il costo ambientale del progresso, o l’alienazione, neppure il tema del conflitto operaio che verrebbe naturale al giornale. Ma proprio per questo è prezioso: illustra il momento in cui la grande industria appare ancora, prima di tutto, come una promessa di organizzazione e di potenza. Un’Italia che esce da sé stessa e dai colori pastello, un’Italia che si rifà in acciaio.