
Il 19 marzo del ‘66 è un sabato, e i giornali raccontano di come viene preparata la visita del papa al Quirinale: il presidente della Repubblica Saragat riceve il supremo ordine del Vaticano da un prelato della nunziatura apostolica. I governi dei 14 paesi del patto atlantico firmano un’intesa che blinda il patto ed esclude che possa essere sostituito da patti bilaterali: un documento che viene spedito alla Francia, in uscita dalla NATO. Essa, si legge, a differenza delle altre alleanze, unisce gli sforzi e le risorse di ognuno dei Paesi partecipanti.
I giornali non hanno smesso di occuparsi del caso dei tre studenti del Parini messi sotto accusa per aver trattato di sesso su La Zanzara, il giornalino scolastico. Il Corriere della sera pubblica un lungo editoriale senza firma, e dunque riconducibile alla direzione di Alfio Russo.
Il tono si è fatto ancora più netto, il pezzo prova a dire tre cose insieme.
La prima: si sta montando un caso sproporzionato. Il commento insiste molto sull’idea che si sia passati da un’inchiesta studentesca discutibile, perfino ingenua, a un affare enorme, caricato di enfasi giudiziaria, morale e pubblica. Si avverte un fastidio per il fatto che una questione di scuola e di costume sia stata trascinata dentro un apparato punitivo più grande di essa.
La seconda: il problema non è l’oscenità, ma la libertà di discutere. Questo è il punto più importante. Il pezzo non difende l’inchiesta della Zanzara. anzi la definisce in più punti fragile, inesperta e maldestra. Però aggiunge che proprio per questo la reazione è sbagliata: non si può trasformare una prova imperfetta di libertà in un reato morale da reprimere con tutto il peso delle istituzioni.
La terza: la magistratura e l’autorità scolastica stanno offrendo ai ragazzi una lezione pessima. Invece di correggere, discutere e contestare nel merito, stanno dando l’impressione che quando un tema è scomodo si debba intimidirlo. Il Corriere della sera vede qui un rischio serio: non solo per i tre studenti, ma per il rapporto tra giovani e istituzioni.
C’è un passaggio molto chiaro contro il riflesso conservatore. Il Corriere dice che non basta invocare il senso comune del pudore o la tradizione per chiudere una discussione, e che il vero scandalo sta nel voler presentare come minaccia pubblica qualcosa che nasceva semmai come un sintomo di una trasformazione dei costumi che è già in atto. Quei ragazzi possono aver scritto un brutto pezzo, ma gli adulti stanno facendo una figura peggiore. Da una parte il Corriere critica l’idea che la libertà di stampa valga allora solo per i contenuti innocui. dall’altra si accusa il potere pubblico di essersi mosso in modo isterico, usando insieme morale, scuola e giustizia senza distinguere i piani.
E comunque non si scappa. Questi implumi, questi sbarbatelli, così glabri sul volto quanto abbondanti nella loro peluria sulla testa, vanno governati e contenuti. Alla pagina 11 del Corriere della sera appare dunque un pezzo sui bambini, un piccolo prontuario di pedagogia quotidiana, dal quale si capisce che l’infanzia sta diventando una materia da organizzare con metodo, gusto, psicologia e consumo. Un governo dei tempi, degli spazi, delle abitudini, dei corpi. Una piccola grammatica di come si deve crescere un figlio nella modernità..
L’accento viene posto su quello che il Corriere della sera chiama l’atto gratuito. Sembra una formula liberatoria: rompere la routine, sorprendere il bambino, allungare una passeggiata, leggere il giornale sul divano, entrare al cinema per caso, comprare scarpe nuove. Non una spontaneità pura, ma che sia amministrata. Anche la libertà deve essere dosata per bene.
Il secondo paragrafo è dedicato alla stanza – la stanza dove il bambino viene pensato attraverso l’organizzazione dello spazio: contenitori, colori, castelli modulari, pannelli, superfici su cui appendere, ordinare e separare. È un passaggio magnifico perché racconta un passaggio molto preciso, nel quale l’infanzia non è più solo un’età da custodire, ma un ambiente da progettare. Il bambino moderno ha una stanza, degli oggetti, un ordine visivo, una pedagogia del mobile.
Il blocco finale è dedicato a cosiddette “mamme inesperte” e il senso diventa ancora più chiaro, tra corsi e nozioni pratiche sull’allattamento, igiene e pronto soccorso domestico, la pedagogia Montessori. La maternità viene trattata come qualcosa che ha bisogno di un supporto tecnico e di un sapere specialistico. Ha smesso di essere un’esperienza tramandata o un istinto mammifero, per diventare una competenza da acquisire. È la modernizzazione che entra nella vita privata, la famiglia diventa un luogo osservato e guidato da saperi esterni. Ci sono consigli sui libri da leggere con loro [La casa sull’albero di Attilio e Karen oppure La renna, l’orso, la foca e altri animali di Gerbert Grohmann], suggerimenti per l’abbigliamento [pantaloni lunghi di spugna di cotone con pettorina e bretelle] oppure per giochi di successo [la pallina dai mille rimbalzi].
Il pezzo del giorno è nelle pagine culturali de L’Unità, dove Carlo Salinari recensisce l’ultimo libro di Sciascia, A ciascuno il suo, descrivendolo un giallo solo in apparenza. “Il gusto del delitto e dell’azione”, tipico della serie poliziesca, qui conta molto meno di altro. Salinari vede in Sciascia un uso quasi polemico del meccanismo giallo, non per intrattenere, ma per portare in superficie la struttura morale di una società. Si apre come un’inchiesta e si chiude come una rivelazione sull’ambiente. La Sicilia che ne esce non è un semplice sfondo, ma una forma di pressione continua: pettegolezzo, allusione, prudenza, rapporti di forza, convenienze, silenzi. Il delitto interessa, sì, ma interessa ancora di più il mondo che lo rende possibile e opaco.
Laurana è un professore astratto, quasi disarmato, uno che si mette a indagare perché ha una fiducia lineare nella ragione. Salinari lo definisce un uomo “chiuso, nel suo mondo di studi, assorto nello studio della lingua e del giudizio critico”, e proprio per questo è esposto. Non capisce abbastanza presto che intorno a lui agisce un’altra logica, più vischiosa e più concreta.
La recensione è molto bella quando spiega che la sconfitta di Laurana non dipende da una stupidità individuale, ma dal fatto che entra in un ambiente dove la verità non basta. Il suo “delitto di lesa prudenza – scrive Salinari – sta nell’essere uscito dal chiuso della sua cultura per immergersi nella vita e nei fatti, per tentare di leggere i fatti come si leggono i libri. Ma il mondo che egli incontra non è un testo: è una rete di rapporti, di convenienze, di timori e di complicità che la sola intelligenza non basta a sciogliere”.
Il romanzo di Sciascia è definito “il processo del personaggio centrale” perché il libro non processa solo un colpevole; processa Laurana, la sua fiducia negli strumenti della cultura, credere che la verità diventi agibile. Salinari coglie un altro aspetto: in Sciascia la letteratura poliziesca viene rovesciata. Il giallo conduce a un ordine ristabilito; qui invece conduce a una conoscenza che isola e condanna. Il protagonista, dice il critico letterario de L’Unità, procede “come spinto da una forza oscura”, quasi ipnotizzato, e finisce per avvicinarsi alla verità proprio nel momento in cui la verità diventa pericolosa.
Sciascia, scrive Salinari, “trascende il genere”, lo usa come punto di partenza per arrivare a una analisi della realtà siciliana e della natura dell’uomo moderno.