
La prima cosa che succede a un grande atleta svizzero è che qualcuno pronuncia il nome di Roger Federer. È quasi automatico. Non importa lo sport: tennis, sci, atletica. Federer è diventato una specie di unità di misura. Quando uno domina davvero, prima o poi il paragone arriva. Sei mezzo Roger, un quarto di Roger, ancora non s’è trovato qualcuno che sia un Roger e mezzo. È successo a Lara Gut-Behrami, adesso sta capitando a Marco Odermatt.
È quasi una scorciatoia narrativa. Federer è il simbolo della grandezza sportiva svizzera. Si potrebbe restare schiacciati. Odermatt non è il tipo. Non sembra vivere la faccenda come un peso enorme. Dice che la pressione ormai gli sembra normale, perché è arrivata gradualmente negli anni. Non si è svegliato un giorno con quell’aspettativa addosso, ci è cresciuto mentre vinceva.
È a Bormio che qualche settimana fa ha sentito il peso di una parola antica, Olimpiade. Era venuto per un oro in discesa libera, da conservare insieme con quello vinto a Pechino 2022 nel gigante. È tornato a casa con due argenti e un bronzo, un bottino che il 99% e oltre dei partecipanti non vincerà mai nella vita. Ma è bastato per mettere il suo nome nella lista di chi ha sofferto l’aria dei cinque cerchi, chi è rimasto sotto lo standard delle aspettative.
Odermatt è già tornato a fare Odermatt. Prima ancora di partire per le finali di Lillehammer, ha già la certezza di aver vinto la Coppa del mondo generale, la quinta coppa di cristallo consecutiva nella sua carriera, altre tre lo separano da Marcel Hirschner. È anche già sicuro della terza piccola Coppa in discesa, tutto con il terzo posto di ieri dietro Kirchmayer e Franzoni, a Courchevel.