Il mondo di Gino Paoli, il campione della canzone

Gino Paoli diceva che un giorno, quando sarebbe successo, «quando sarà», avrebbe voluto che suo figlio e sua figlia, e i loro figli, e i figli dei figli, fossero andati a prendere un tè con una goccia di rhum sotto l’albero del suo giardino, tutti insieme, gli uomini sbarbati di fresco, le donne appena passate dal parrucchiere.

Dietro la casa di Gino Paoli c’è un sentiero fatto come lui, procede in salita e dà sul mare di Genova. A mano a mano che lo attraversi, gli alberi di cachi si aprono, mentre le mimose e gli ulivi si fanno più radi, finché non si arriva in cima. Da lassù si vede Nervi, una linea chiara tra il verde e l’acqua. Le case stanno raccolte, quasi in ordine, con i tetti che prendono luce e il lungomare che si distende senza fretta. Il porto è poco più in là, le barche sono ferme, come appoggiate. Non è una vista larga, ma precisa. Ogni cosa sta al suo posto, senza bisogno di allargarsi per farsi guardare.

L’albero che sta in giardino è una magnolia. Il giorno che è nato suo figlio, Gino Paoli ha scavato una piccola buca tra le radici e ha sotterrato il cordone ombelicale. Era il suo posto dell’anima. Diceva di aver messo da parte dei soldi per costruire una funicolare – e qui bisogna immaginarsela tutta, tutta per intero la fantasia di Gino Paoli, la fantasia che gli è servita per inventare parole d’amore, scuse a ogni tradimento e alla fine una funicolare in giardino. Una funicolare per poter ancora salire lassù, diceva, quando le gambe non avrebbero avuto più la forza di portarlo.

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Aveva raccontato tutto questo nella sua prima biografia, oggi introvabile. Faceva impressione tutta questa voglia di ordine e di misura dentro il primo campione della vita spericolata giunto nella musica italiana. Per canzoni e per biografia, Gino Paoli si è iscritto subito alla schiera degli scomunicati. Lui e Domenico Modugno hanno smosso le acque piane della canzone italiana negli anni Sessanta. Arrivarono per chiudere il ciclo di Claudio Villa, Nilla Pizzi e Luciano Tajoli. I giornali raccontavano l’assalto al cielo di una nuova generazione, fatta di urlatori e capelloni. Lui non era un urlatore e non era un capellone, portava anzi degli occhiali spessi e una timidezza addosso decisamente fuori luogo, due cose che si sarebbero riviste insieme a Sanremo la sera di Eduardo De Crescenzo e di Ancora – come una reincarnazione – forse l’unica canzone scritta da qualcun altro che sembra di Gino Paoli. Immaginatela un momento cantata da lui. Lui che era stato il primo – e tra gli amici se ne vantava – «a scrivere una canzone dove si scopa».

 

Gli occhiali – quegli occhiali – erano il segno di una curiosità, delle sue letture, della voglia di conoscere. Paoli citava Brassens e Brel, come De André. E i poeti francesi, Baudelaire, Verlaine, ma era affascinato allo stesso modo da Chet Baker e da tutto quello che accadeva altrove.

Senza gridare e senza capelli lunghi, Gino Paoli era arrivato a scompaginare e scardinare con un sublime paradosso, una serie di canzoni di successo costruite sulla più elementare delle successioni armoniche, quello che si chiama giro di Do. La Gatta. Il Cielo in una Stanza. Sapore di Sale. Sono tutte costruite allo stesso modo. Sono irresistibili.

Ma Peppe Vessicchio diceva che il giro di Do è la nostra culla. È il latte della nutrice. Non è quella banalità commerciale in cui ogni tanto viene la tentazione di richiuderlo. E in effetti, dopo sette secondi, dentro il terzo accordo dell’introduzione a Sapore di Sale, ci sono tre note che smettono di andare dritte, s’accartocciano, come in uno spasmo. Fanno una specie di piega nel tempo della canzone, prima che tutto torni disteso. Non si era mai sentito niente di simile in un giro di Do, raramente è successo dopo. Era un arrangiamento di Ennio Morricone, ma in quel passaggio c’è la vita di Gino Paoli.

 

 

Vessicchio ci ha lasciato a novembre, Ornella Vanoni pochi giorni dopo, con Paoli – e tutt’e tre insieme – erano stati in tour, un tour campione d’incassi, quello di Ti Lascio una canzone. La sera in cui Paoli gli parlò dell’ispirazione avuta per quel pezzo, Vessicchio non riuscì a prender sonno. In una stanza d’albergo a Firenze, Paoli con un taccuino in mano, gli aveva chiesto cosa ne pensasse dell’idea di fare un regalo a Ornella, una canzone da lasciarle per sempre, per coprirsi, per bere, per mangiare.

Vessicchio gli aveva portato una serie di spunti musicali su cui lavorare insieme, due o tre melodie che avrebbero dovuto verificare, per poi sceglierne una, la più adatta, e svilupparla. Fu la sera in cui Paoli gli disse di aver trovato finalmente i versi per chiudere. Una chiusura che lasciava senza fiato.

“Una canzone che tu /

potrai cantare a chi /

a chi tu amerai dopo di me”.

Non era la prima volta che Gino Paoli guardava dentro la fine di un amore, ma stavolta era riuscito a raccontarne la fine, laggiù, e la sua accettazione. Fai di questo dono quel che vuoi. Usalo dopo di me, usalo contro di me, se è ciò che desideri. Non te ne farò una colpa. Vessicchio diceva che per quello non aveva dormito la notte. La musica doveva essere all’altezza. Buttò tutto e riscrisse il capolavoro che conosciamo. Dopo d’allora insieme avrebbero scritto altre cose, per altre lunghe storie d’amore.

Gino Paoli aveva un’aria distratta quando raccontava di sua madre che assomigliava a Virginia Woolf e che andava a confessarsi dal prete dopo aver fatto l’amore. Sorrideva di un padre che gli ricordava Spencer Tracy, di un nonno che gli aveva lasciato in eredità un nome, un cognome e un gozzo. Era poetico quando raccontava che il suo sogno ricorrente era volare, ma dentro le pareti di casa, in cucina, sotto un tetto – per questo gli pareva che l’invenzione decisiva nella storia dell’umanità fosse stata il muro, cioè il recinto: e ovviamente non lo diceva con soddisfazione. L’invenzione decisiva era il limite dietro il quale barricarsi pensando di proteggersi, quando invece da primitivi per rifugiarsi si dovevano scalare gli alberi, e aspettare lassù che la belva affamata si fosse stufata del nostro odore.

Aveva un’aria solenne quando parlava delle sue orchidee, dei venti whisky al giorno bevuti per anni, degli incidenti stradali, del periodo da pittore, o di quando mollò la musica per fare l’oste a Levanto, della pallottola vicina al cuore, dell’inutilità di insegnare Giovanni Pascoli a scuola, del profumo che sentiva da bambino in casa sua a Monfalcone, l’odore della lana dei paltò dei vecchi. Era arrivato tardi per la Resistenza e presto per il Sessantotto, camminava portando Sartre e Rimbaud sotto il braccio, e soprattutto pensava che nulla è cambiato tra le generazioni, tra quel che i sedicenni desideravano all’età sua e quel che desiderano oggi. La stessa cosa. Fare l’amore vedendo il cielo in una stanza.

A parlare di Gino Paoli non si dovrebbe finire mai, e in effetti Senza fine è una delle canzoni italiane più belle di tutti i tempi. È stata interpretata finanche da Wes Montgomery, il simbolo della lontananza totale da un qualunque europeo di cultura classica. Lui, americano, jazzista, improvvisatore, ha suonato un tema scritto da un genovese nato in Friuli. Un pezzo che gira, gira, gira e torna a capo.

Quando sarà, diceva Gino Paoli, e oggi è quel giorno. Oggi è quel giorno in cui bisogna sbarbarsi di fresco. Per dirgli grazie di tutte le gatte, tutti i cieli dentro le stanze, tutto il sapore di sale sulle labbra, e per tutte le volte che bisognava far finta di non lasciarsi mai, anche se prima o poi ogni lunga storia d’amore finisce.

 

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