Il rossetto che ha salvato Sarajevo

Cosa resta dell’amore, cosa resta della civiltà, cosa resta della dignità dentro e dopo una catastrofe. Una guerra non finisce davvero quando le armi smettono. Continua nelle vite deformate, nelle nostalgie, nelle identità spezzate, ma anche nella tenacia con cui gli esseri umani difendono il diritto all’amore, alla bellezza e alla complessità.

È per questo che trent’anni dopo l’ultimo colpo in Bosnia, il giornalista Carlo Magno torna a Sarajevo, dove era stato per raccontare la guerra, richiamato da un messaggio degli amici di allora. È l’occasione per ripercorrere i suoi precedenti rientri, dal 1999 in poi, e per ricostruire attraverso una serie di incontri le vite dei compagni nei giorni dell’assedio — Fikret, Fatima, Ljubica, Jagoda, Nadira, Zlatko, Srdan — mostrando che cosa è stato di loro, che cosa è andato perduto, che cosa si è deformato. 

C’era l’amore a Sarajevo è il nuovo libro di Gigi Riva [Mondadori], che per davvero fu inviato di guerra nei Balcani e visse l’esperienza dell’accerchiamento. Scappando dalla trappola di capire dove finisce Gigi e dove inizia Carlo – cosa importa – questo viaggio di memoria di verifica misura la distanza fra la Sarajevo assediata, intensissima e solidale, con quella del dopoguerra, più normale in apparenza, ma spenta. Il motore profondo della storia è in questo paradosso. Durante l’assedio si moriva in compagnia di una tensione. Dentro la pace, i superstiti galleggiano da vinti, incapaci di ritrovare il mondo in cui credevano e di adattarsi al nuovo ordine nazionalista, settario, mediocre. 

Gli amici di Carlo — un tempo brillanti, colti, cosmopoliti, fieramente jugoslavi — sono rimasti senza un orizzonte. La guerra li ha colpiti una prima volta, il dopoguerra una seconda. Pur nella sua ferocia, l’assedio aveva prodotto una intensità morale ed emotiva che la pace non ha restituito. Nel “durante” c’erano solidarietà, fratellanza, energia, una gerarchia semplice dei bisogni, una comunità di destino. Nel “dopo” sono arrivati i soldi, locali rinnovati, il consumo, una facciata di normalità — eppure manca l’allegria, manca un senso, manca il mondo condiviso che aveva reso umani quei rapporti. Fikret che guarda il suo bar rifatto e insieme rimpiange le sere al lume di candela è il simbolo di questa verità che si manifesta in modo brutale sotto gli occhi di Carlo. 

Sarajevo per lui non è stata solo un luogo di lavoro. La chiama la mia città dell’anima, dice di esserci stato felice, di averci trovato una misura del bene e del male. Carlo è un reporter sentimentale, ma non sdolcinato. È stato un testimone partecipe. Si è lasciato prendere dalla città e dalle persone. “Questa è la tua seconda famiglia”, gli dice Fatima. Non si vergogna neppure della sua ambivalenza. Ammette che con gli altri inviati aveva contratto una specie di virus dei Balcani. La guerra esercitava una fascinazione. Lì si è sentito più a suo agio che altrove, come a Baghdad. Non fa l’eroe morale, ma non è un cinico. Porta cibo, e quando capisce che non basta comincia a portare profumi, creme, biancheria, tutto quello che restituisce alle persone non solo sopravvivenza ma dignità e desiderio. Carlo prova a non ridurre gli abitanti di Sarajevo a vittime. Guarda alla città come si guarda una donna amata. 

Per questo Sarajevo resiste non solo con le armi o con l’eroismo, ma con il rifiuto di diventare animalesca, con la difesa del superfluo necessario, il “rossetto contro la barbarie” di cui parla Ljubica in una scena chiave, quasi il manifesto del libro per gridare che la civiltà si difende nei dettagli apparentemente inutili.

Ljubica è uno dei personaggi più forti, Riva le affida una verità quasi scandalosa senza mai farla sembrare un simbolo costruito a tavolino. È una donna che seduce, orgogliosa, piena di presenza. Restare femminile sotto le bombe è stata la sua vittoria contro chi avrebbe voluta ridurla a uno stato di panico. È ironica, concreta, con una sua ostinazione teatrale. Rimarrà “la solita seduttrice anche con i capelli bianchi”. Il tempo passa, la città cambia, il mondo si incrina. Ljubica resta Ljubica, perché c’è stato l’amore a Sarajevo. 

E insomma, Gigi Riva l’ha rifatto. Come per la Nazionale jugoslava ai Mondiali e come per Nembro durante il Covid, prende un fatto reale molto esposto — pubblico, storico, mediatico — e lo usa per raccontare la deformazione morale che quell’evento ha prodotto nelle persone e in una comunità. In L’ultimo rigore di Faruk [Sellerio,2016] un errore ai Mondiali del 1990 diventava il simbolo della dissoluzione jugoslava. Ne Il più crudele dei mesi [Mondadori, 2022], la pandemia era il trauma collettivo depositato nella sua comunità. A Riva interessa il momento in cui la facciata pubblica cede e viene fuori una verità morale, sul confine fra giornalismo, racconto e romanzo. 

Ma C’era l’amore a Sarajevo ha una novità decisiva. Racconta il dopo, le rovine interiori. Se nei libri precedenti lo sguardo si è posato sulla catastrofe pubblica, ora conta il residuo affettivo. Non cosa è successo, ma cosa è rimasto. Il coinvolgimento del narratore è scoperto, in certi passaggi la nostalgia guida il racconto, ma la grande faglia del reale stavolta serve a leggere le persone, la memoria amorosa del dopoguerra, il desiderio come un’ultima forme di resistenza.

Gli amici di Carlo sono diventati più vecchi, più stanchi, più disillusi. Ma hanno salvato i corpi, e non solo. Hanno salvato i gesti minuti — la fedeltà a una città e a un’idea di convivenza. Hanno salvato quel vecchio ricordo che pure un rossetto sia servito a fermare la barbarie.

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