È stato come vincere quella volta a Wembley, anche se era Roma e non Wembley, anche se c’era Menoncello e non Fabio Capello. Ora non ci sono più palloni e palline, in nessuna forma, che ci separino dai maestri dello sport – quelli che li hanno inventati quasi tutti. Sinner ha rotto un incantesimo a Wimbledon l’estate scorsa, la Nazionale di rugby ha battuto l’Inghilterra per la prima volta nella storia ieri. È un altro messaggio neppure troppo cifrato che il resto dello sport italiano manda alla sua attività più diffusa e popolare, quel calcio che fa fatica a rimanere dentro la sua storia, dietro la scia di quattro titoli mondiali. Un messaggio che si aggiunge alla rivoluzione del tennis, la crescita consolidata del nuoto, la migliore Italia di sempre nell’atletica, i doppi titoli mondiali della pallavolo e l’oro olimpico delle donne, il passaggio da zero a dieci ori nel giro di 12 anni ai Giochi invernali. Adesso il rugby – che fino a tre-cinque anni fa aveva i cassetti pieni di cucchiai di legno, e invece si è messo a studiare.
È stato un capolavoro tattico e psicologico, una partita vinta approfittando della paralisi mentale dell’Inghilterra. Un autogol disciplinare. L’Italia ha avuto il merito di restare in partita anche quando Nicotera ha preso un giallo sciocco e la vera svolta è arrivata quando Sam Underhill si è beccato a sua volta un giallo per un colpo su Fischetti. Maro Itoje, il capitano, ha commesso un fallo ingenuo schiaffeggiando la palla in un raggruppamento, l’Inghilterra si è ritrovata in 13 uomini, l’Italia è stata glaciale nel trasformare quel panico in punti con i calci di Garbisi.