
Nel rileggere ogni tanto i suoi pezzi, adesso che gli anni senza di lui sono diventati sei, la più sfacciata delle certezze sulla diversità di Gianni Mura consiste in una serie di rifiuti, nella sua opposizione per indole e scrittura a molte cose. A una certa idea muscolare della vita e del giornalismo sportivo. Alla semplificazione. Al tifo mascherato da analisi. Alla sentenza facile. Agli inglesismi inutili. Alla retorica dell’eroe. Alla retorica del traditore. Alla retorica della mollezza. Al gergo di recinto. Alla competenza esibita. A tutto ciò che si gonfia. Alla spacconeria. Alla brutalità verbale. All’ossessione come valore. Alla fretta. Perfino a Gianni Brera – che pure riconosceva maestro. Lo spirito polemico e sarcastico, la parodia, l’invenzione linguistica della radice erano evolute nel suo frutto in una curiosità per le cose e per le persone, nel talento di chi guarda il mondo da una distanza e da un punto di vista soltanto suo, nell’arte di chi non spreca nemmeno una parola. Brera chiedeva agli dèi, Mura chiedeva alla polvere. Brera ha raccontato il corpo, il ruolo, la forza, il rango, la maschera virile, il sangue, la stirpe, il mestiere di essere uomo. A Mura interessavano più gli uomini che le pose maschili. Fausto Coppi contro Marco Pantani.
Eppure, magicamente, in un modo perfino misterioso, e contro le apparenze dei tre in pagella, si fa fatica a considerare Mura un anti, a definirlo per opposizione. Aveva una rubrica che per una settimana prendeva di mira. Ha vissuto senza dubbio all’opposizione. Ma non ha vissuto di bersagli. I suoi pezzi raccontano una idea di misura e di giustizia, di lingua e di mondo, un’idea che finiva spesso in contrasto con la razione che domina e che semplifica, con ciò che si impone come ovvio. Ma il conflitto non era il punto di partenza, era una conseguenza quasi naturale delle cose. La sua forma più profonda di essere antagonista abitava più nella resistenza che nella contestazione, era nella sua fiducia nella scrittura, come se il mondo meritasse attenzione, sfumature, lentezza, pietà. E già questo, nel giornalismo sportivo, era una piccola forma di opposizione. Gianni Mura non era uno contro. Gianni Mura era uno altrove.
Viene da dirlo, ora che di nuovo arriva una primavera senza di lui, alla scoperta che in quarant’anni di archivio di Repubblica dal 1984 al 2020, ha scritto la parola “anti” per 146 volte. Solo 146. Fanno tre volte e mezza all’anno.
Anti è una una parola comoda. Piace molto al titolisti. È breve. Taglia corto. Orienta subito. Semplifica. Dà un’impressione di nettezza. Essere anti, attribuisce una fisionomia.
Il problema è che spesso una parola negativa agisce come una scorciatoia. Definisce una persona non per quel che cerca, ma per ciò a cui resiste. In certi casi è utile, perché ci sono scritture, caratteri e culture che si manifestano così. Serve a creare un clan dietro un’etichetta. Mura l’ha usata più spesso in certi momenti che sono imparabili – quando un campionato cercava un’anti-Juve, un’anti-Inter, un anti-Milan – ma l’ha usata in altre circostanze davvero uniche: per raccontare una fronda nell’Olanda anti-Michels che chiedeva l’esclusione di Van’t Schip e Bosman a favore di Kieft e Van Basten; in un passaggio analogo all’Inter anti-Castagner; o quando c’era da raccontare un clima come i cori anti-Napoli, i cori anti-Vicini a Genova perché non faceva giocare Mancini.
Una volta ha scritto che Michel Platini era “un anti-atleta” nel quale si andavano identificando gli anni ottanta.
“Nessuno forse riesce ad incidere come lui, nessuno è così determinante. Soltanto Falcao sotto molti aspetti ha dato alla Roma almeno quanto sta dando Platini alle sue squadre. Ma se il brasiliano è un investimento in maturità e geometria, il francese è terribilmente più efficace nell’ argomento decisivo: il gol”. Erano i primi mesi del 1984.
Tre anni dopo, ottobre 1987, si mosse da Milano verso Fusignano, per andare dall’Arrigo, per andare a chiedergli cosa pensasse del partito anti-Sacchi – quelli che volevano mandarlo via dal Milan dopo pochi mesi.
“Andiamo a sentirlo – scrive su Repubblica – a pesare il salto dalla provincia alla metropoli, dal piccolo club al grande club. L’uomo è cortese, disponibile, solo la domenica pomeriggio, in panchina, sbarra gli occhi, evocando un lemure incrociato dai fari, e questo mi sembra contrasti con le sue idee sul divertimento che il calcio deve produrre in chi gioca e in chi guarda. A volte ho l’impressione che Sacchi sia più complicato di quanto s’immagina, un cocktail di sicurezze e umiltà. Non un profeta del calcio nuovo, ma uno che ha le sue idee sul calcio”.
Peraltro Sacchi diede risposte bellissime. «Con un po’ di calma, di pazienza e di fortuna, credo di riuscire a sciogliere questa diffidenza. Sennò, avrò sbagliato io e il partito di chi mi giudica un asino s’ingrosserà. Se “toppo” me ne torno in provincia, lo so bene. Dicono che non arriverò a mangiare il panettone? Ancora buoni, rispetto a Rimini: là dicevano che non sarei arrivato al giorno dei morti. Le critiche mi caricano, non mi offendono né mi deprimono, ci sono abituato. E poi senta, ho già 41 anni, capelli pochi e bianchi, mai pensato che il calcio è la cosa più importante della vita. Ho le mie idee sul calcio, ad esempio non posso credere che debba essere sempre uguale a se stesso, eternamente immutabile, ma so di non avere inventato niente. E nemmeno, parola, ho mai detto che io, Maifredi e Zeman siamo i migliori del mazzo. Le mie idee sul calcio mi hanno fatto arrivare dalla Fusignanese al Milan: perchè dovrei cambiarle? Hanno detto che sono antipatico, presuntuoso, persino violento coi giocatori, questa è una menzogna. Ma Milano ha tutto il diritto di chiedersi: chi è questo Sacchi?».
Sette mesi dopo, stava festeggiando lo scudetto al San Paolo.
In maniera uguale e opposta, in quell’estate Mura era in ritiro a Lecce da Mazzone, a domandargli perché lui fosse un anti-zona. Repubblica ci fece pure il titolo. E Mazzone rispose: «Proporsi come anti-zona sa di professorino, e io non lo sono. E, fra l’altro, non ho niente contro la zona, tanto è vero che l’abbiamo fatta anche noi quattro o cinque volte, in B, ma non se n’è accorto nessuno. Io, nel mio piccolo, preparo la mia squadra a saper fare di tutto. Ma sono realista. In B il Lecce era una squadra vincente e doveva giocare di conseguenza. In A troverà ossi durissimi e dovrà sfruttare molto il fattore-campo. Ma non posso pensare di battere, mettiamo, il Milan, giocando come fa il Milan. Che è, per inciso, un contropiede pressato. Con molto stile, con molti grandi giocatori, ma questo fa il Milan».
Poi venne il tempo degli anti-Berlusconi, e pure quella posa ogni tanto stonava. Nel 1996 Mura scrive: “In alcuni ambienti Cecchi Gori riscuote simpatie perché si candida ad anti-Berlusconi: per i miei gusti è un “anti” un po’ troppo simile. Siamo schiacciati dalle dichiarazioni dei politici, dei presidenti, dei padroni delle tv e degli imprenditori. Cecchi Gori copre questi quattro ruoli, esattamente come Berlusconi”.
Anche al Tour, d’estate, ne trovava. Ha incrociato gli anti-Armstrong, gli anti-Froome, nel 2018 definì anti-noia il pavé inserito nel percorso. Nel 1997 lo trovò in persona, in carne e ossa. Jean-Francois Anti. Numero 202 della Mutuelle de Seine-et-Marne.
“Ma adesso – scrive un giorno dalla Francia – voglio raccontarvi la storia di Anti, corridore francese di non eccelsi mezzi. Per sua disgrazia, nella tappa fra Andorra e Perpignano resta subito staccato sull’Envalira, non fa in tempo a rintanarsi in quello che gli italiani chiamano gruppetto e i francesi grupetò oppure autobus. Resta sempre da solo e per giunta controvento, ma si spreme per arrivare fino a Perpignano anche se è fuori tempo massimo. I ciclisti sono gente strana, ragionano a modo loro. Un calciatore serio non fa venti metri di corsa per inseguire una palla persa, un ciclista sconosciuto fa duecento chilometri solo per dimostrare a se stesso quanto sa soffrire. Però a venti chilometri da Perpignano gli si blocca davanti una macchina della Gendarmerie e lo invita con modi spicci a salire sul camion-balai, la vettura-scopa, quella che raccoglie chi si ritira. Tanto, gli dicono, sei fuori tempo massimo, a Perpignano c’è il traffico bloccato, non vorrai che tutti stiano fermi ad aspettare suonando il clacson un’altra mezz’ora solo perché tu ti sei messo in testa di arrivare al traguardo. E così Anti, piangendo, sale sul camion-balai. È il primo ritirato per ordine della polizia nella storia del Tour, ed è un episodio molto brutto. Per questo, il mio voto a Leblanc, responsabile della baracca, è 3. A freddo, detto tra noi, sarei anche disposto a triplicare il voto. Mi ha attraversato un cattivo pensiero: se per quegli strani casi della vita il Tour in futuro lo organizzasse Giraudo, o Galliani, dove potrei più andare in fuga?”.
Cinque anni più tardi, era il 2012, non gli piacque che sull’ultimo numero dell’Espresso Roberto Saviano esordisse con la rubrica L’anti-italiano, per tanto tempo tenuta da Giorgio Bocca.
“A me – scrive – sembra una nota stonata, e non c’entra Saviano né i suoi meriti, che nemmeno mi sogno di discutere. Forse ragiono da giornalista sportivo, ma certi titoli di rubrica, come certe maglie nello sport, sarebbe meglio ritirarli. Per rispetto di chi c’era prima, ma anche di chi arriva dopo”.
Ma il suo anti più amorevole è stato speso per il ritratto finale di Mariangela Melato. Un’antidiva. Anche in questo caso Repubblica ci fece il titolo. “Avrebbe voluto morire sul palcoscenico, ma non si può scegliere né prenotare il luogo dell’ultima parola. Era libera, meravigliosamente libera, a volte dolorosamente libera, ma la solitudine faceva parte delle scelte. O forse si potrebbe parlare di solitarietà, conio di Aldo Busi, che è uno stato diverso dalla solitudine: è il bastarsi, il non dipendere. È dire, e lei l’ha detto in tante interviste, che una donna può realizzarsi anche senza avere un marito, anche senza fare figli. Non l’ha solo detto, l’ha vissuto”.
Le aveva dato 9 due volte nei Cattivi Pensieri. Una volta per ribellarsi all’idea che “se ragioniamo solo in termini di numeri e di audience, la signora Staller è più popolare e più nota di Mariangela Melato”; un’altra perché in un pezzo sul suo giornale aveva letto la frase “Rose adesso ha 37 anni ma è sempre bellissima”.
“Quel ma – scrive Mura – vale 2. Vorrei chiedere: a che età si smette di essere bellissime? Chi lo decide? Posso anche sorvolare sui gusti personali (la Melato, 9, è nata nel ’43), ma ci hanno imposto Kim Basinger (6,5), anni 39, come il massimo”. E del resto una volta aveva scritto pure: “Ho sognato di essere in un bar qualunque una tazzina di caffè, purché bevuto dalla Melato”.
Nel giorno famoso dell’antidiva, nel giorno del dolore per la sua morte, il pezzo finiva così: “Si chiude il sipario, per modo di dire. Prévert (Cet amour) era la prima recita in pubblico, davanti ad Esperia Sperani. E Prévert l’accompagni: le jardin reste ouvert pour ceux qui l’ont aimé. Anche se Mariangela è stata più d’un giardino. È stata l’isola del tesoro. Lei era l’isola, lei era il tesoro”.
La prima domenica senza Gianni Mura
2020 Lo sai, Gianni, qual è l’ultima parola che hai scritto? Mente. Poi hai messo il punto. Era domenica scorsa, la tua rubrica, non te ne eri stancato. Mente. L’unica parola italiana che esiste con queste cinque lettere. Non ha anagrammi. La tua ultima parola è una parola che non si scompone, non si permuta, non ha affinità. È unica. Anche se un pignolo direbbe che può essere sostantivo o verbo. La prossima volta parliamo dei pignoli, ora non è il momento. Tutto qui
La musica di Gianni Mura
2021 Ventiquattro giorni prima che a Sanremo vincesse Laurent Jalabert battendo allo sprint Maurizio Fondriest, Gianni Mura a Sanremo c’era andato per il festival, per la prima volta, sanando in fondo un vuoto anomalo per un appassionato come lui. Nell’archivio di Repubblica la parola canzone appare nei suoi pezzi 269 volte e canzoni 169. Facciamo che siano la stessa cosa e in totale fa 438. Musica 428 volte. Musica + canzoni fa 866. Per dire: fuorigioco arriva a 498 – Leggi tutto qui
Fumo di Mura
2023 Da qualche settimana in Italia si discute del proposito di estendere il divieto di fumo ai tavoli all’aperto di bar e ristoranti, alle fermate all’aperto di metro, bus, treni e traghetti, nei parchi in presenza di bambini e donne incinte. Un piccolo spunto per ricordare Gianni Mura: galleria dei suoi pezzi sulle sigarette – Leggi tutto qui
L’eretico Mura: gli 0 e i 10 nei Cattivi Pensieri
2024 Gilberto Lonardi, docente di Letteratura italiana all’università di Verona ha definito una volta i Cattivi Pensieri «cose scritte con un piglio a volte leggero, divertente, ma lui guardava negli angoli della vita e dell’esistenza, non solo italiana, da parte sua c’era uno sforzo anche di ricerca». Emanuela Audisio ha scritto che Mura «amava gli irregolari, il fumo, la libertà, i romantici, quelli che si buttano a salvare l’amico anche se non sanno nuotare, quelli che fanno, senza chiedersi se conviene, tutto quello che è sulla strada – Leggi tutto qui
Ho visto Muradona: Diego raccontato da Giovanni Diego Mura
2025 Per parlarsi da un Diego all’altro occorreva franchezza e lealtà, e ce ne furono, sia l’una sia l’altra. Giovanni Diego Mura detto Gianni – così era all’anagrafe – ne dedicò presto, prestissimo, a Diego Armando Maradona. Per parlarsi da un Diego all’altro occorreva franchezza e lealtà, e ce ne furono, sia l’una sia l’altra. Giovanni Diego Mura detto Gianni – così era all’anagrafe – ne dedicò presto, prestissimo, a Diego Armando Maradona. – Leggi tutto qui
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
LA NEWSLETTER DI OGGI