
Il 21 marzo nel ‘66 è un lunedì, e i giornali stanno raccontando della NATO senza la Francia, con le prime ripercussioni sul mercato comune europeo. Il tema del finanziamento agricolo passa in second’ordine rispetto alla secessione francese. Nella politica italiana la DC sta dando una sistemata alle correnti
Ma la storia più pazza del giorno arriva dall’Inghilterra, a tre mesi dai Mondiali. Hanno tubato la Coppa del mondo. Alla Central Hall di Londra, la Coppa Rimet sparisce per circa un’ora. Era in esposizione tra guardie, custodi, sistemi di sorveglianza, un armadio blindato. Eppure, a un certo punto, la coppa non c’è più.
Trenta centimetri, un chilo scarso, un valore incalcolabile: materiale e simbolico. Un furto dopo un’azione di disturbo. Un uomo entra nella sala, fa rumore, rompe un vetro, distrae il custode e la sorveglianza. Sembra un incidente, o una bravata. Invece il Corriere della sera suggerisce che fosse una mossa studiata per creare confusione mentre un complice faceva sparire la coppa. Un piccolo colpo di teatro, quasi da film di seconda serata.
Il furto dura poco, perché il trofeo viene ritrovato, ma il vero dramma non è solo la perdita dell’oggetto. È l’umiliazione di Londra, capitale del calcio e dell’ordine, che si scopre vulnerabile davanti al suo simbolo massimo. Un trofeo custodito come un sacramento eppure esposto al ridicolo. Per molto tempo si è anche sospettato che il trofeo rinvenuto, in realtà, fosse una copia.
Ma in questo spazio dove cerchiamo idee in anticipo sul tempo – diciamo il Sessantotto nel Sessantasei – spicca il pezzo di Marise Ferro su la Stampa. Un lungo atto d’accusa al mondo della moda. Dove gli abiti per le donne vengono disegnati da uomini.
“Su un vestito magari goffo di linea correvano colori, incastri di ricami, sbuffi, pieghe, pizzi, che ne rendevano la rigidezza meno pesante e permettevano ad ogni donna la nota personale, il capriccio, persino l’azzardo. Cosi si vedevano donne vestite in modo tale da esaltare la fantasia di poeti, di pittori, di romanzieri. Chi potrà dimenticare certi abiti di Odetto Swann, descritti da Proust? E chi non trova «adorabili» certi ritratti di donne di Lancrct, di Wattcau, di Longhi, di Guardi, di Gainsborough? Persino la brutta moda che precedette la seconda guerra mondiale, con le rigide spalle imbottite, aveva grazia, e la donna, col cappellino a fiori, il viso nascosto dalla veletta colorata, aveva una sua figurazione ancora romantica. Oggi tutto è andato a pallino. Oggi trionfa la cosiddetta moda spaziale. La donna è ridotta a una linea geometrica, con il corpo rivelato nella maniera peggiore, cioè dai piedi in su, con le ginocchia bene in vista, che raramente sono belle; col viso nascosto da una frangia così spessa che sembra un vello senza avere l’innocenza che ha sempre il vello poiché ricopre un animale. Cosi, eccoci chiuse in pochi centimetri di stoffa rigida con disegni che ricordano il triangolo, il rettangolo, con scarpe dai tacchi bassi e quadrati, con in testa mezze cupole rigide simili a quelle usate dai giocatori di baseball. Io ho le mie idee in fatto di moda, idee che sono una vera affermazione di disfatta dell’emancipazione femminile tanto vantata (anche da me, purtroppo) e tanto desiderata (anche da me, purtroppo) e cioè: noi siamo, nella moda come in tutto il resto, per ora ancora succube degli uomini. Sì, sono gli uomini a fare, a inventare la nostra moda, gli uomini di oggi, i quali sono in posizione di sorda polemica con noi, anche senza volerlo, anche senza confessarselo, si vendicano imbruttendoci in maniera irrimediabile. I sarti, insomma, o teorizzano la moda o seguono il costume nelle sue espressioni più spericolate (astrali, difatti, cosmiche!). 0 obbediscono a capricci intellettuali e personali o vogliono fare del nuovo a tutti i costi. Ma che pensino un attimo a seguire la vera personalità femminile il corpo femminile, manco per sogno! Essi inventano, essi sognano. E si vedono poi i risultati, di cui noi, sciocche, siamo vittime consenzienti”.