Diario del ’66 – I giovani visti dagli adulti

Il 31 marzo del ‘66 è un giovedì, e i giornali raccontano di un caloroso messaggio recapitato a Saragat, al Quirinale, dalla Casa Bianca. Il presidente americano Johnson lo ringrazia per l’amicizia dell’Italia verso gli Stati Uniti e per la dedizione ai comuni ideali di libertà, giustizia e pace. «Gli uomini liberi, ovunque, hanno un debito nei suoi confronti» scrive, mentre il dibattito politico interno è dominato da Mariano Rumor che invita la DC a sciogliere le correnti. 

Ma i giornali stanno raccontando soprattutto l’inizio del processo per il caso de La Zanzara, il giornalino studentesco del Parini di Milano che aveva pubblicato un’inchiesta sulle nuove abitudini sessuali dei giovani, dal titolo: “Che cosa pensano le ragazze d’oggi?” [se ne parlava qui]

La polemica è finita nell’aula del Tribunale dove la mattina del 31 marzo sono comparsi, come imputati, tre studenti, il preside dell’istituto, la titolare della tipografìa che ha stampato il giornale, la signora Aurelia Terzaghi. Ci sono 600 persone in aula per assistere e altre centinaia di studenti delle scuole medie inferiori, esclusi dall’aula per la loro minore eta, ma presenti nei corridoi finché la polizia non li ha fatti allontanare. La battaglia tra pubblica accusa e difesa si è accesa sull’opportunità di sottoporre la studentessa imputata a una visita medica, una ispezione corporale. 

Quello stesso giorno, in apertura di prima pagina, nello spazio dei commenti, Domenico Bartoli interviene con un editoriale che viene titolato I doveri degli anziani

Un pezzo che parte da una constatazione: in Italia la ribellione giovanile non ha assunto le forme esasperate viste altrove, ma il fenomeno esiste, ed è serio. E non va liquidato come delinquenza o capriccio generazionale.

Bartoli dice che la rivolta giovanile non nasce contro il nulla, ma dentro un mondo trasformato dagli adulti stessi, frutto di trasformazioni profonde, incompiute, prodotte dalla generazione precedente. Non si possono accusare i figli senza guardare al mondo che gli è stato consegnato. I giovani, dice Bartoli, crescono in un tempo di grande larghezza materiale e di estrema complessità intellettuale e morale. Una formula molto bella: più benessere, più mezzi, più circolazione di mode e immagini, ma anche più spaesamento, più contraddizioni, meno certezze condivise. È una precisa diagnosi pre-Sessantotto.

Il compito degli anziani, si legge dunque quella mattina sul Corriere della sera, è educare, ma educare senza l’autoritarismo screditato. Bartoli rifiuta due estremi: da una parte il vecchio rigore, che non ha più forza morale né efficacia pratica; dall’altra la tolleranza totale, che equivale a rinunciare a ogni influenza sul mondo dei ragazzi.

Non è ancora un testo che accetta davvero il rovesciamento generazionale, ma è già una posizione che capisce come il vecchio comando non basta più. È una formula ancora paternalistica, ma contiene già la percezione che l’autorità verticale sia in crisi. 

Il copione antico di mettere i giovani sotto processo serve in genere agli adulti per nominare due cose insieme: la paura di perdere autorità e la difficoltà di riconoscere che ogni generazione cresce in condizioni mentali diverse dalla precedente.

In questo senso Bartoli è interessante perché sta dentro quel copione, ma cerca di piegarlo. Non dice che i giovani hanno torto, ma non dice nemmeno: lasciamoli fare. 

Il primo dovere degli anziani – scrive – mi sembra dunque quello di vedere le cose come sono, senza eccedere nell’emotività e nello sdegno. Il loro secondo dovere è ancora più difficile. Si tratta di stabilire quale sia la responsabilità delle generazioni adulte nelle cose che avvengono per aver formato l’ambiente sociale, morale, politico, soprattutto psicologico nel quale si verificano le ribellioni giovanili prendendo certe forme particolari, esercitandosi in certe direzioni e non in altre”.

La cosa che colpisce, rileggendo i pezzi del Diario del ‘66, uno dietro l’altro, è che gli adulti sembrano parlare dei giovani come di una specie nuova e un po’ inquietante, mentre in realtà parlano del proprio presente. Dei giovani si dicono sempre le stesse cose perché i giovani diventano lo schermo su cui ogni società proietta la propria ansia di cambiamento. Non sono mai solo loro il problema. Sono il punto in cui un’epoca vede sé stessa cambiare.

Per questo i giudizi ritornano. Non perché siano tutti veri, ma perché svolgono sempre la stessa funzione: rassicurano gli adulti sul fatto che il disordine viene da fuori, da chi arriva dopo, e non dalle contraddizioni del mondo che loro stessi hanno prodotto.

Cambiano i tempi, ma gli adulti continuano a raccontare la nuova gioventù come una minaccia e una promessa insieme, quasi con le stesse frasi. Perché ogni età teme di non essere più la misura del mondo.

La società del 1966 sente arrivare il conflitto giovanile, ne intuisce le cause materiali e culturali, ma cerca una via per rispondere.  Bisogna uscire dagli schemi autoritari – dice Bartoli – che sono screditati e non servono più, senza per questo lasciar cadere ogni autorità. Bisogna delle vecchie restrizioni e costrizioni senza permettere che venga meno ogni disciplina. Trovare, soprattutto, un punto di non tanto di intesa quanto piuttosto di equilibrio.


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