Diario del ’66 – Qualcosa sta cambiando nei rapporti sentimentali

Il 26 marzo nel ‘66 è un sabato, e i giornali stanno raccontando la burrascosa seduta al Senato su certe irregolarità emerse nella gestione dell’INPS. Il PCI chiede una inchiesta parlamentare, ma la maggioranza vota contro e scoppia un mezzo finimondo. Dai banchi della sinistra gridano: Furfanti. La seduta è sospesa e quel furfanti fa dire alla DC che si è trattato di una offesa gravissima al Senato.  In prima pagina il Corriere della sera parla di “grave episodio di intolleranza”.

Le acque sono agitate in tutto il comunismo mondiale. Mao ha appena spedito dalla Cina una lettera annunciando il rifiuto di partecipare al XXIII congresso del partito di Mosca. Pechino accusa Brežnev, Kosygin e tutta la leadership sovietica di aver tradito il marxismo-leninismo. La radio e la tv dell’URSS non ne danno notizia. Pechino ha definito il Pcus come il centro del revisionismo moderno, con l’ulteriore accusa di voler restaurare il capitalismo. Inoltre, a Pechino non va giù la coesistenza pacifica con gli Stati Uniti, interpretata come una complicità con l’imperialismo, oltre che l’ostilità verso l’Albania, il suo unico alleato europe. In quel 1966, Mao stava radicalizzando la lotta interna contro i seguaci della via capitalista. Questo atto di rottura avrebbe portato alla chiusura dei rapporti tra i due partiti. Precedette di pochi anni gli scontri armati di confine sul fiume Ussuri del 1969.

Ma qui ci interessa scorgere nelle cronache del Sessantasei tracce di mutazioni future, diciamo tracce di Sessantotto con due anni di anticipo. Nella pagina “La donna e il mondo” del Corriere della sera, quel sabato appare un pezzo dal titolo “Come ci si vuol bene oggi”. 

È un pezzo nel quale Isa Vercelloni prova a nominare un cambiamento che ancora non ha un nome, non ha una lingua stabile da cui essere raccontato, e per questo oscilla continuamente. Da una parte il Corriere registra una trasformazione vera nei rapporti fra uomini e donne, dall’altra la guarda con una cautela quasi pedagogica, come se avesse paura di ciò che sta scoprendo.

La tesi di fondo è abbastanza chiara: qualcosa sta cambiando nel rapporto sentimentale delle giovani donne italiane, e questo cambiamento passa da una maggiore autocoscienza, da un rapporto meno sacrificale con l’amore, da una disponibilità più fredda e più lucida a mettere in discussione il matrimonio come destino obbligato. 

“Si dice che il cuore dell’uomo resta sempre lo stesso, non muta, ma è il modo di vivere i sentimenti che si trasforma. Lo si vede da tanti segni, che esteriori: da come i giovani si vestono, da come ballano, da come si divertono insieme. I ragazzi del duemila si somigliano sempre di più, sembra che uno dei pochi giochi che ancora li diverte sia quello dello scambio delle parti”. 

Non è ancora cambiata la sostanza, sta cambiando la forma sociale dei sentimenti. Così, Vercelloni se la prende con un certo modello romantico-mediatico. Cita film, manifesti, immagini di Claudia Cardinale, Brigitte Bardot, Virna Lisi, che avrebbero insegnato alle ragazze un copione di seduzione e di libertà apparente. Il Corriere intuisce che la ragazza del 1966 non vuole più solo essere guardata o scelta, vuole decidere, trattenersi, sottrarsi.

È molto interessante allora il nucleo centrale del pezzo, quando dice che il rapporto sentimentale e amoroso è “indirettamente spersonalizzato”, o almeno alleggerito da quella totalità con cui prima veniva vissuto. Per una ragazza, si legge, è ormai più facile accettare di essersi innamorata di un uomo che la fa soffrire e, insieme, troncare il legame se capisce che non funziona. Questa è la cosa nuova che Vercelloni vede davvero: non la fine dell’amore, ma la fine del suo monopolio morale sulla vita femminile.

Un passaggio ancora più forte è dedicato alle coppie sposate, all’interno delle quali le donne non concepiscono più il matrimonio come l’unico compimento della propria esistenza. Possono avere un uomo, una passione, una casa, dei figli, ma non riducono tutto a quello. E se il rapporto si spegne, si può immaginare anche una vita da sole, o comunque non interamente definita dal fallimento coniugale.

È qui che il pezzo si mostra notevole, perché arriva [quasi] a dire una cosa enorme per il 1966. C’è perfino una frase molto netta, verso la fine: in caso di crisi, quando si prospetta l’ombra della separazione, le giovani donne sono disposte ad accettare l’idea di un rilievo, ma non tollerano il pensiero che la loro vita possa essere più felice vivendo semplicemente da sole. È una frase ambigua nella forma, ma chiarissima nel sottotesto: la possibilità di una felicità fuori dalla coppia è ormai pensabile.

Naturalmente il pezzo non è emancipato fino in fondo. Lo si sente bene. C’è ancora un tono clinico, il tono di chi guarda “la giovane donna” come una creatura nuova da descrivere. C’è ancora il bisogno di interpretare il mutamento attraverso categorie un po’ moralistiche: il cinema, i miti, gli abiti, i comportamenti, il nuovo costume. Ma sotto l’impalcatura c’è un’intuizione vera. La donna giovane non è più pensata come un soggetto sentimentale totale, destinato a consumarsi nella coppia. Comincia a comparire come una persona che ha un margine di scelta, di rifiuto, di freddezza, di sopravvivenza fuori dall’amore.

Non è già femminismo compiuto perché si sente ancora il vecchio ordine affettivo, ma si sente pure che si sta incrinando dall’interno. 

Anche la vita di due giovani coppie già sposate è cambiata in questo senso. La libertà dell’uomo e della donna trova un limite solo in quello dell’altro, quando non ci sono i bambini e le condizioni pratiche, economiche, contingenti, a dettar legge. Se un tempo era facile che le ragazze, sposandosi, abbandonassero studi, interessi e amicizie propri per accogliere quelli del marito e dedicarsi completamente alla vita domestica, oggi molte volte avviene il contrario: la ragazza è troppo intensa, caratterizzata, bella, perché lei riesca ad abbandonare tutto col matrimonio, a risolvere tutto nella felicità domestica.

E poiché tutto si tiene, al primo posto della Hit Parade da nove settimane c’è Caterina Caselli con Nessuno mi può giudicare. Era arrivata seconda al festival dietro Dio, come ti amo di Modugno e Cinquetti. Nella versione di Gene Pitney il pezzo è contemporaneamente al 3° posto della classifica. In mezzo c’è Il Ragazzo della via Gluck di Celentano. È il primo inno all’autodeterminazione, alla libertà personale e al rifiuto delle convenzioni sociali. È una delle prove più schiaccianti del fatto che il ‘68 è cominciato nel ‘66. 

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