L’Italia d’inverno. Il paese alternativo visto dalla serratura

 

A Roma se uno chiede: “Chi ha fatto il mondo?”, la risposta pronta è: “Michelangelo”

Mark Twain

 

Italiani, perdonate. Ma dove l’avete messa la pizza? E il mandolino? Dov’è quell’Italia pastello che conosciamo dai film, da tutti i nostri film che facciamo su di voi. A leggere Sports Illustrated, non solo si impara che accreditano la spedizione azzurra di 8 ori  [mmm] e che vedono la Norvegia prima nel medagliere [certo]. A leggere Sports Illustrated si scopre che lo sguardo dall’America sull’Italia che organizza i Giochi non è celebrativo né diffidente, ma curioso in un modo nuovo, quasi antropologico. Il reportage della rivista americana dalle Dolomiti racconta con malcelato stupore l’Italia come un mosaico di culture. Colpo di scena: l’Italia non coincide con l’italianità stereotipata. 

Lingua, cibo, abitudini, paesaggio rompono l’immagine esportata del Paese. Andrew Gastelum si è imbattuto nei saluti in tedesco, nella birra al posto del vino, nella selvaggina nel piatto, scoprendo che non è folklore, ma indizi di una stratificazione storica che resiste. Dall’America osservano con interesse questo scarto, non un’Italia diversa, ma un’Italia plurale, che ha convissuto con fratture, annessioni e violenze simboliche.

Le Olimpiadi del 2026 – scrive – offriranno una rappresentazione rara dell’Italia come un collage di culture, invece del consueto monolite rosso, bianco e verde. A settant’anni dai Giochi di Cortina, questa regione alpina avrà finalmente la possibilità di mostrare tradizioni e folklore a lungo messi ai margini, sotto una fiaccola olimpica rivolta al mondo.


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È un pezzo d’Italia forzata, dove il passaggio del fascismo e la cancellazione linguistica vengono sottolineati come una ferita lunga per raccontare che il Südtirol e i confini culturali porosi non sono un’invenzione turistica, ma il ritorno in superficie di qualcosa che era stato represso. 

L’Italia annesse la regione – spiega Sports Illustrated – quando l’Impero austro-ungarico crollò dopo la Prima guerra mondiale. Nel giro di vent’anni, Benito Mussolini tentò in ogni modo di sradicare la cultura sudtirolese e ladina a favore di standard italiani omologati. Alla popolazione fu imposto un ultimatum: trasferirsi nella Germania nazista oppure integrarsi come “italiani” agli occhi del regime fascista. Il tedesco e il ladino vennero banditi dalle scuole e dai servizi pubblici, e le città furono ribattezzate con nomi italiani.

I Giochi diventano così una occasione di restituzione, non di vetrina. Dal punto di vista americano, l’operazione olimpica italiana viene letta anche come correzione di un modello fallito: non ci sono città fantasma, nessuna concentrazione artificiale, nessuna forzatura urbanistica. L’idea dei cluster sparsi, delle sedi già “native” per gli sport che ospitano, viene interpretata come un gesto di maturità. Non uno spettacolo imposto al territorio, ma un territorio che detta il ritmo allo spettacolo. L’Italia appare come un laboratorio possibile per il futuro olimpico.

Il punto non sono le Dolomiti e non è Cortina. Il punto è Milano, a quanto si legge tra le righe da Milano. Una città distratta, fredda, finora disinteressata. Ci sono ancora biglietti disponibili a San Siro per la cerimonia d’apertura. Una città per certi versi insofferente ai Giochi. Sports Illustrated la raccontata stavolta non come capitale politica o morale o industriale, ma come un punto di equilibrio. 

“Se questo sarà davvero un modello per il futuro olimpico, Milano sarà il palcoscenico ideale per presentarlo. Fuori dal Duomo, dove 221 anni fa Napoleone si incoronò re d’Italia, gli atleti vinceranno l’oro davanti a folle entusiaste. A pochi passi, le note di Vivaldi riecheggeranno sotto le volte della Galleria Vittorio Emanuele II. Armonia è il motto dei Giochi, e con la Scala che ha visto nascere Verdi e Puccini, ogni riferimento sembra naturale”.

Qui si sente un filo di eccitazione e di semplificazione, ma il messaggio tiene. Sports Illustrated dice che si può tenere insieme modernità e profondità storica, ma in fondo lo ripete pure Cannavacciuolo nella sua cucina di Masterchef ogni giovedì. L’Italia riesce a essere credibile quando smette di recitare sé stessa. Quando accetta di mostrarsi incompleta, multilingue e irregolare. I Giochi, visti da questo scorcio di America mediatica, non servono a confermare l’identità nazionale nel suo racconto egemone, ma a dimostrare che gli stereotipi possono essere attraversati e superati. Non cancellati, ma resi insufficienti.

 

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