Poco più di sei anni fa, prima che un virus ci obbligasse a restare chiusi dentro casa per tre mesi, Mikaela Shiffrin dovette esiliarsi per un dolore che non aveva messo in conto e che avrebbe scoperto insopportabile. Aveva la Coppa del mondo in tasca, dall’alto di trecento punti di vantaggio su Petra Vlhova, ancora di più su Federica Brignone, ma disse chi se ne frega, chi se ne frega di quest’altra coppa di cristallo ora che c’è tutto questo vuoto senza papà.
Mollò tutto. Federica Brignone vinse quella Coppa con la forma di un asterisco, ma nonostante abbia accumulato una vittoria dietro l’altra nello slalom, fino a toccare quota 108 successi nel circuito, ci sono stati momenti in cui Shiffrin ha sentito quel vuoto gonfiarle il cuore e le gambe. Ai Giochi di Pechino, per esempio. A Cortina in Super-G e nella manche della combinata a squadre.
Ieri aveva un’aria tesa per non dover fare la fine di altre stelle americane favorite e schiacciate da questo misterioso peso che appare fra noi sotto la forma di cinque cerchi ogni quattro anni. Ce l’ha fatta. Ha smesso di essere la ragazza prodigio di Sochi per diventare una donna che ha imparato a vincere convivendo con il dolore. È entrata nella storia come la prima sciatrice capace di vincere due ori olimpici a 12 anni di distanza In Russia era stata la più giovane americana a 18 anni, a Cortina la più anziana, oltre che la più titolata di sempre.
Tra le due manche ha confessato di aver pianto perché non riusciva a sentire quella connessione spirituale con suo padre di cui sente spesso parlare. «Ero risentita con chi dice: – Lui è qui con me. Io mi chiedevo: qui, dove?».
Per questo al traguardo, invece di esultare con i soliti archi ampi, si è inginocchiata sulla neve, non era una preghiera, ma un momento di silenzio per accettare finalmente di essere lì senza di lui.
Shiffrin ha sciato come nei suoi giorni migliori. Perché sono migliori pure questi. Ha dato un distacco di 1 secondo e 50 centesimi alla svizzera Camille Rast, mentre il mostro olimpico divorava la tedesca Duerr. Ha vinto con il margine più ampio in una gara olimpica dal 1998. Ha trasformato una pista difficile in un saggio di violenza controllata contro la montagna. Ha riscritto il finale di un racconto di crisi sotto pressione.
Jason Gay sul Wall Street Journal ha scritto che “possiamo chiuderla qui. I brontoloni possono anche lasciare che una giornata così così nella combinata a squadre o un undicesimo posto nel gigante rovinino loro l’umore, ma Mikaela Shiffrin è tornata campionessa olimpica. Ha dominato”.
“In una splendida giornata di cielo azzurro ha fulminato questa pista su una montagna che conosce bene, ricordando a tutti chi è. Per noi comuni mortali è difficile capire cosa significhi portare il peso di dover vincere sempre, e che qualsiasi cosa in meno venga etichettata come un fiasco. Le Olimpiadi sono una vetrina straordinaria ma anche un campione minuscolo — un evento ogni quattro anni in cui gloria e disastro possono dipendere da centesimi di secondo. Le reazioni sono sproporzionate e, a volte, crudeli”.
“Un peso che grava anche sui migliori, e non poteva non raggiungere Shiffrin. Una paura irrazionale, ma era questo il punto in cui si trovava Shiffrin. Condividere il suo trauma — mostrarsi vulnerabile in pubblico — ha cambiato l’impatto della sua vita e della sua carriera. Oggi sono in molti ad ammirare la franchezza di Mikaela quanto la sua sciata. Forse di più. Cadere, lottare, soffrire, perdere la magia, vedersi mettere tutto in discussione? Invecchiare, diventare più saggia, farsi una corazza contro colpi e frecce? Sentire le domande inseguirti fino all’ultimo palo… e poi tornare e rifarlo, vincendo la stessa gara olimpica che aveva lanciato la tua fama? È una vendetta bellissima”.
Matthew Futterman per The Athletic ha scritto: “Mettiamo in chiaro una cosa. Mikaela Shiffrin sarebbe stata bene comunque, sia che avesse vinto questo slalom sulla pista dell’Olympia delle Tofane, sia che fosse finita a sciare nel bosco. Ha vinto più di chiunque altro in questo sport — 108 gare di Coppa del Mondo, ora tre ori olimpici e un argento. Più della metà di quelle vittorie sono arrivate nello slalom, dove è praticamente intoccabile quando è al massimo della forma. L’uomo che la segue nella classifica delle vittorie, il grande svedese Ingemar Stenmark, ha detto che Shiffrin è migliore di quanto fosse lui. La sua eredità sportiva è solida come poche”.
Eppure, le Olimpiadi sono state la sua zanzara – per sua stessa definizione – “lei sa meglio di chiunque altro – continua Futterman – che le Olimpiadi hanno un peso sproporzionato nel definire una carriera, soprattutto per un’americana. È ciò a cui ha scelto di esporsi. Essere grandi alle Olimpiadi — soprattutto per qualcuno che è grande così spesso ovunque altrove, e da cui ci si aspetta la grandezza quando sembra che il mondo intero stia guardando — è una delle sfide più difficili in assoluto”.
Barry Svrulga è il cronista che ha visto crescere Mikaela Shiffrin sin da ragazzina, compagna di sci e avversaria giovanile di sua figlia. È il giornalista americano che la conosce meglio. Sul Washington Post ha scritto che “la prestazione offerta da Mikaela Shiffrin è stata insieme straordinaria e quasi ordinaria: questa è la sua dicotomia nello slalom. È la migliore di sempre, e spesso distanzia le avversarie con margini che si misurano meglio con una meridiana. Nello sci, un secondo e due decimi sono abbastanza tempo perché si estinguano i dinosauri e vengano sostituiti dai mammiferi. Ma questo stesso standard può diventare una condanna: l’aspettativa di vincere si fa soffocante, lontano dai riflettori e sotto l’abbaglio olimpico. Sembra semplice. Non lo è. La sua mente, in certi momenti, può trasformarsi in una ruota per criceti. Il peso era reale”.
È molto bella anche la riflessione di Bryan Armen Graham sul Guardian, dove l’abbraccio al traguardo con mamma Eileen viene descritto come il momento in cui “il peso del viaggio è svanito all’istante. Shiffrin non ha chiuso un cerchio, ma ha tracciato un’altra linea in avanti… con la consapevolezza che anche le carriere più gloriose non si fondano sulla certezza, ma sul continuare a presentarsi al cancelletto, nonostante tutto”
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