Il peso nuovo di sentirsi americani ai Giochi

Adesso le stelle pesano come non sono mai pesate prima, adesso le strisce sporcano, e non era mai successo. Essere americani nel mondo ora è una gran fatica. Quelli dI U-S-A, U-S-A non lo avevano sperimentato prima e forse non si aspettavano che il velo cadesse proprio qui, in Italia, quel pezzo di terra europea che per la fedeltà atlantica ha sacrificato la più grossa porzione di autonomia politica, l’unico posto dove sono apparsi un Alberto Sordi e un Renato Carosone a recitare e cantare il desiderio di essere come loro, di sentirsi americani.

I Giochi italiani stanno invece dicendo al mondo, ma soprattutto all’America, che il contesto politico è uscito dagli argini, ha lasciato i canali e sta entrando nel comune senso del pudore, travolgendo quella narrazione di invincibilità che per decenni ha nutrito l’immaginario collettivo. C’è un declino dell’egemonia che non è fatto di numeri o medaglie, ma è una questione di decoro e dignità perduta. Descrive l’imbarazzo di un impero che si scopre nudo proprio nel luogo che più lo ha idealizzato. I fischi a Vance, le proteste contro l’ICE e le manifestazioni contro la politica americana si sono mescolate a quelle anti-Giochi, ma non significa che il pubblico stia contro gli atleti USA, anzi, spesso è il contrario. Malinin è stato accolto come un divo. Sono i campioni e le campionesse d’America che ora dicono esplicitamente di competere per dei valori personali, non per ogni scelta politica del governo.

La politica della Casa Bianca ha creato attorno alle stelle della nazionale USA un clima da cui non riescono a uscire. Una pressione simbolica. Hanno messo piede all’estero e si sono sentiti chiedere da quale parte stanno. Il tono delle risposte è stato quasi sempre finora quello del not in my name. Il freestyler Hunter Hess lo ha detto nel modo più diretto: succedono cose negli Stati Uniti che non gli piacciono, ma lui è in Italia per rappresentare le persone della sua vita, non il governo del Paese. Christopher Lillis ha parlato di cuore spezzato per certe cose che succedono negli USA e insiste sul rispetto e sui diritti per tutti. Prima della sua terribile caduta, Lindsey Vonn ne aveva parlato con i media: “Ho familiari e amici in Minnesota. È lì che sono nata e il mio cuore è incredibilmente pesante per tutti a casa. Penso che la cosa migliore che io possa fare sia fare esattamente ciò che so fare, rialzarmi, avere speranza e mostrare al mondo cos’è l’America, chi siamo come persone, perché siamo più di quello che sta succedendo in questo momento”.

L’ha messa su un piano quasi identitario, mentre Mikaela Shiffrin ha fatto riferimento a Charlize Theron che ha citato Mandela durante la cerimonia d’apertura, quindi un’icona della pacificazione attraverso una rivolta: “Spero di mettere in mostra i miei valori – ha detto – inclusione, diversità, gentilezza e condivisione”.

Tutte prese di posizione che negli USA sono state lette dalla parte più conservatrice dell’opinione pubblica come un tradimento o una propaganda [qui ne parla L’Equipe]. Ci sono associazioni che invitano a boicottare i Giochi dove sta avvenendo tutto questo. Il presidente Trump ha definito Hess un loser. Amber Glenn — atleta queer — ha ricevuto minacce dopo aver parlato di diritti LGBT.

Le voci che si smarcano e si distinguono non sono voci di un attivismo olimpico organizzato, navigano casomai in una specie di zona grigia. Sono simboli nazionali, ma non vogliono essere portavoce politici. È una reazione al fatto di essere stati accolti all’estero come sportivi ma interrogati come cittadini. Vengono celebrati quando vincono e contestati quando tacciono.

A pensarci bene, non si tratta di un tradimento della purezza olimpica o di una violazione della carta che vieta di esprimere posizioni politiche. I Giochi sono sempre stati così, sono il luogo dove il mondo si guarda allo specchio mentre finge di parlare di sport.

Non ci sono pugni sul podio o ginocchia posate a terra, ma la stessa tensione simbolica che ha attraversato lo sport americano negli anni di Muhammad Ali, di Tommie Smith e John Carlos, o più tardi con Colin Kaepernick, riaprendo un’antica discussione: se uno sportivo può essere solo sportivo o è inevitabilmente anche un corpo politico. Ali pagò con la carriera sospesa, Smith e Carlos con l’isolamento olimpico, Kaepernick con l’uscita di fatto dalla NFL.

Così succede che alcuni lo giudicano un ragazzo umano e rispettoso, altri lo criticano, altri ancora si chiedono perché pretendiamo che un atleta debba fare il leader politico. Louisa Thomas è giunta alla conclusione che parlare oggi è più rischioso, ma anche non parlare lo è. Il costo reputazionale esiste in entrambi i casi e i social sono entrati nella fase della disillusione. Non sono più quelli delle primavere arabe, non sono uno spazio politico reale, ma un terreno di performance tossiche e polarizzate. Il New Yorker chiudeva dicendo che forse chiediamo troppo allo sport – che non vive fuori dalla politica ma nemmeno può essere ridotto a politica. Non fuori dalla politica, ma nemmeno ridotto a politica.

“I giochi stabiliscono dei limiti: la forma di un campo – ha concluso – i suoi angoli. Offrono vincoli arbitrari che si trasformano in sfide creative, come non toccare la palla con le mani, o non lasciare che la palla tocchi terra. La radice della parola “competizione” deriva dal latino e significa “sforzarsi insieme”. I giochi sono un modo in cui i bambini imparano non solo a convivere ma anche a governarsi. Richiedono di fare a turno, seguire le regole, accettare i giudizi, accettare i risultati. Eccellere in questi giochi richiede disciplina e cooperazione. I giochi sono in una certa misura indipendenti dalla politica, ma dipendono da intuizioni di equità, da una sorta di giustizia. E possono crollare quando quel senso di equità viene violato troppo o per troppo tempo”.

Appena una settimana dopo: ci siamo. Le stelle olimpiche sono in una specie di terra di mezzo. Non hanno ancora la forza di sollevarsi ma non hanno più voglia di tacere, come invece hanno taciuto attori, attrici, registi di Hollywood alla scorsa cerimonia degli Oscar. La prossima – già si intuisce – non sarà uguale.

Lo sport americano è uno dei pochi luoghi dove identità nazionale, potere e spettacolo si mescolano sempre. Se un tempo allo sport piaceva raccontarsi come evasione e isola felice, ora è dichiaratamente uno dei posti dove la politica, la cultura pop e il business si mostrano insieme. La politica vuole stare dove c’è pubblico globale. Lo sport è l’ultimo vero rituale globale simultaneo. Uno dei motivi che spinse LeBron James ad accettare di giocare le finali NBA 2020 dentro la bolla anti-covid fu la possibilità di far sentire la propria voce contro la rielezione di Trump dopo il primo mandato. Se questi sono i puntini sulla mappa, se questo è il disegno che viene fuori unendoli, allora questa partita ha tutta l’aria di essere appena cominciata.


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